La notte dei desideri

È una notte come tutte le altre notti

È una notte che profuma di avventura

Ho due chiavi per la stessa porta

Per aprire al coraggio e alla paura

Vedo un turbinio di gente colorata

Che si affolla intorno a un ritmo elementare

Attraversano la terra desolata

Per raggiungere qualcosa di migliore.

 

No, la matematica non sarà mai il mio mestiere. No, non lo sarà in una di quelle sere in cui il cuore batte talmente veloce che fa girare la testa e fa tremare le mani.

C’è chi dice che è davvero difficile che una felicità si posi proprio sul destino che l’aveva invocata ma per fortuna non finisce sempre così.

E questa storia ve la possono raccontare i tifosi della Virtus Roma, che vedendo battere Legnano hanno festeggiato il ritorno della squadra in Serie A1.

La nostra notte.

Quella in cui dentro c’è tutto e che di tutti è.

La notte della Virtus Roma.

Che torna in A1, dopo quattro anni. Che lo fa nel giorno di Pasqua e del Natale di Roma: una resurrezione, una nuova nascita.

Avete mai visto “Notte prima degli esami”? Io alla fine sono d’accordo con Luca, il protagonista: “Come si fa a fare l’hit parade dell’amicizia?”.

Esistono gioie di serie A e gioie di serie B, o di A2? No, non esistono. E quanto vissuto e visto nella sera di Legnano ne è la prova.

Esiste l’agitazione, la paura e la felicità. Esistono le emozioni, quelle belle e quelle brutte, fanno parte di noi entrambe e di entrambe ci nutriamo.

La gioia è la gioia. Punto e basta.

Una giornata incastrata nel tempo, dettata e battuta dal ritmo del cuore. Vissuta da chi è in grado di sentire i battiti, regolari e non.

Calma, andiamo con calma.

Un piccolo passo indietro: Scafati. La partita con Scafati, oltre ad essere stata la vittoria che doveva essere e oltre ad essere stata una bella partita è stata il biglietto perfetto per l’ultima. Tutti hanno giocato bene, tutti hanno lasciato il campo con un sorriso ed ha permesso anche a chi non ha disputato la sua migliore stagione, di arrivarci nel modo più giusto possibile. Una sorta di “grazi”, verso il tutto ed i tutti di quest’anno.

Quanto è lontana la prima partita, quanto è lontano quel giorno al Tellene di precampionato, quanto sembra così tremendamente lontano il primo pallone con Cassino. Quanti giri d’orologio, quanti momenti che ci hanno levato il sonno, che ci hanno dato la carica per distruggere a mani nude un muro, quanto delle nostre vite è passato a ritmo di una palla la domenica.

Ma quel momento, la domenica, da quattro anni a questa parte è un po’ di più di chi ha deciso di non lasciarla sola.

Ma vi rendete conto della magia? Di come una sola serata, una sola giornata è capace in uno stesso identico momento di poter riassumere in se stessa anni, mesi, momenti, gioie e dolori?

 

Come vorrei essere nella testa di chi, anche quel giorno, quella mattina, quella sera, il giorno dopo, era ed è stato in grado di dare i soliti “buoni consigli”, di chi ha scelto moniti ed una disamina rispetto ad un’emozione, una critica rispetto all’amore, l’arroganza e l’onniscienza rispetto alla fragilità di riscoprirsi un tifoso come tanti e come tutti.

Perché il giorno della partita con Legnano non c’è stato passato, né futuro, ha contato solo quel maledetto, meraviglioso presente. Come dovrebbe, almeno oggi ed ancora per un po’, contare anche e solo oggi.

No, non vi racconterò della partita, della parità alla fine del primo tempo, del canestro di Sims o di quello di Landi, perché non ha senso. Perché a quella partita non arrivava nessuno più forte e nessuno più in forma, nessuno meno forte e nessuno meno in forma, arrivava la Virtus Roma. E con lei la gente presente, la gente che non è potuta venire, la gente dinanzi ad una tv o di fronte ad una radio.

Vi dirò che dovreste chiedere a Claudia quanto fosse agitata per il suo Aristide e delle sue lacrime e del suo abbraccio a fine partita con il suo “Gladiatore”. Perché un anno non è fatto solo di partite, è fatto di vite e fatto di storie.

E pensate un po’ a Landi quando un giorno ripenserà a questa stagione, all’anno in cui è diventato papà e dopo qualche mese ha vinto il campionato.

E pensate anche un po’ a Daniele Sandri, che torna a Roma, per la terza volta, dichiara amore eterno a quella che a tutti gli effetti ora è la sua ex fidanzata (solo perché è diventata sua moglie) ed alle loro lacrime, agli occhi al cielo di quel ragazzo mentre quelli, pieni di emozione, cercano lo sguardo di chi quest’anno è stato più di quello che le cifre hanno detto.

Pensate e chiedete a Massimo Chessa, che ha trasformato del tutto il suo modo di giocare, accettando un ruolo diverso, ed ha vinto. E pensate quando tornerà a casa ed abbraccerà la sua famiglia.

Chiedetelo a Moore, che come Landi, è diventato papà, e che chissà quante volte si è sentito sulle spalle il peso di dover essere lui quello decisivo.

Chiedetelo a Marco Santiangeli, che nelle ultime due partite è stato il migliore in campo, “Santi” ha faticato ma alla fine ha vinto. Chiedetelo a Prandin, a Bobo, talismano promozione, arrivato in corsa dopo che il progetto che aveva scelto ad inizio anno si era sbriciolato.

Chiedetelo a Sims e ditegli solo una cosa: grazie Henry, grazie gigante, grazie Django. Chiedetelo ad Andrea Saccaggi ed alla sua corsa dopo il canestro a Casale Monferrato, perché con lui abbiamo urlato tutti quella sera.

Chiedetelo a Tommaso Baldasso ed a lui chiedetelo un po’ di più, perché lo scorso anno niente sembrava andare come dovesse ed invece quest’anno ci ha regalato un giocatore trasformato, un ragazzo diverso, uno che è arrivato a Roma che aveva 18 anni, che ha trasformato le critiche in complimenti, che ha trasformato la sconfitta in vittoria.

Chiedetelo alla mamma di Amar Alibegovic ed alle sue lacrime, proprio quelle di una mamma, mentre guarda quello che forse sarà sempre il suo ragazzo, il suo “bambino” ma che nel frattempo è un armadio a quattro ante con annessa scarpiera ed ha vinto, al suo primo anno. Viso buono e sorridente che piace ai bambini e buttando l’occhio un po’ qua ed un po’ là, tante sono le maglie di Alibegovic. Chiedetelo a Lucarelli, Spizzichino ed a Matic che racconteranno di quest’anno, chiedetelo a Santolamazza, Michelutti e Lucio, al loro silenzio che è fatto di lavoro.

Chiedetelo a Piero Bucchi. Che ha scelto di rimettersi in gioco con un playout, che ci ha riportato lì dove tutti volevamo essere. Chiedetelo ai suoi figli ed alle loro lacrime perché il papà ha vinto, chiedetelo a sua moglie che ad ogni conferenza era lì ad ascoltarlo, chiedetelo alla sua camminata incredula in mezzo al campo dopo la vittoria, a quella camicia che a fine partita era finalmente un po’ disordinata.

Chiedetelo a Francesco, seduto nella prima fila del parterre. Che con le mani tra i capelli ha gli occhi fissi nel vuoto e dice che quello che è appena accaduto è un “miracolo sportivo”, che i suoi occhi, che tante e troppe ne hanno viste, racconteranno ancora, forse i migliori anni della sua vita.

Chiedetelo ad Alan e Davide, sempre lì. Chiedetelo a Naomi, chiedetele se è felice.

Chiedetelo a Fabio e Mirko, che hanno dovuto permettere ai numeri, ai loro numeri, di farsi contaminare da regole di “passi” e di arrendersi alle emozioni.

Chiedetelo a Valerio, a chi è stato giocatore ed ha scelto il compito di trovarli e poi chiamarli e consegnarli la divisa. Vedendo ogni partita dallo stesso posto.

Chiedetelo a Claudio Toti. Non al presidente, nemmeno all’ingegnere. Per questa sera state con l’uomo e con il padre che abbraccia i suoi figli. Ed è contento ed è felice.

Chiedetelo a voi stessi, ad ognuno di voi e ripensate ai gesti, a tutti, dai più importanti a quelli inutili. Chiedetelo ai vostri ricordi, alle vostre emozioni ed alle vostre delusioni.

Chiedetelo al Diablo, a Federico, ai suoi post per ogni partita, ai suoi chilometri, quelli fatti con trecento borse in mano ed una macchinetta al collo, chiedetelo a Luca (e chiedetegli se vuole ancora andare a Treviglio), a Francesco e quella foto in mezzo al campo, a Roberto ed alla sua retina, a Marco ed ai suoi pugni al cielo, a Giulia ed Anastassia, chiedetelo a chi quella sera era seduto al Mc Donald’s di Busto Arsizio, chiedetelo a quelli dell’altra curva, a quel padre che macina chilometri con il suo ragazzo, Fabio e David, chiedetelo a Gianluca ed al suo tatuaggio. Chiedetelo a tutti quelli che su un pullman o da soli sono arrivati a Legnano (e che mi perdoneranno con tutto il cuore se non ho citato, troppi che erano e che spero accettino le mie scuse con tutto il cuore).

E poi chiedetelo a chi era al Let It Beer, ai ragazzi della curva che non potevano esserci, chiedetelo a chi era al Tellene. Chiedetelo a quelli che ci sono sempre stati e che non ci sono potuti essere. Chiedetelo alla moglie ed agli amici di Pier Carlo.

Chiedetelo a Martin, che il futuro è per lui.

Chiedetelo a chi era seduto in tribuna stampa, a chi ha proiettato il suo occhio attraverso un obiettivo per immortalare e rendere immortali le emozioni e le azioni, a chi ha realizzato video, a chi un house organ e le grafiche.

E chiedete alla vostra mente ed al vostro cuore di non cancellare nessun momento di quest’anno. Di fissarli.

E se me lo doveste mai chiedere, io vi risponderò se vi ricordate Recanati.

Voglio essere felice, voglio essere sfacciatamente felice, voglio essere sfacciatamente felice perché non me ne frega niente se è solo un campionato di A2, voglio essere felice perché la mia squadra ha vinto. Perché per tutta la vita mi ricorderò del viaggio con Francesco, dell’hotel Montecarlo, di ogni singola cronaca, e che la mia squadra ce l’ha fatta, ha vinto.

Dei visi, dei volti, delle persone incontrate, di quelle ritrovate, delle gioie, delle incazzature, della rabbia, del fomento. Di tutto, voglio ricordarmi tutto questo.

E’ la nostra notte.

“Con qualcosa di speciale.

Un turbinio di gente colorata.

Ogni cosa è illuminata.

Ogni cosa è nel suo raggio in divenire”

E’ la notte dei desideri, in cui cadono stelle. E allora chiudete gli occhi.

Chiedetelo alle stelle, il vostro desiderio.

 

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Completamente

Foto di Gennaro Masi

 

“Non trovo sonno, non trovo pace.

Sento che il cuore va più veloce”

 

E’ tutto così “Completamente”.

Sembra bella anche la Formula E, quello che era il palco dei The Giornalisti, diventa il parquet dei The Giocatori. (Si ok, la smetto subito).

Perché l’attesa è quella di viverne una ancora più bella. Ma questa è stata davvero perfetta.

Per la vittoria, per come è arrivata, per le tremilacentoundici persone presenti, perché la grande bellezza di Roma è che se fuori piove, lei riesce sempre a trovare il sole.

Ci siamo, eccola qua la settimana più importante dell’anno, una delle più importanti della nostra storia recente. Ci siamo, una vittoria vorrebbe dire tornare in Serie A1. E vorrebbe dirlo farlo dopo quattro anni, al primo anno di un nuovo percorso, fatto di premesse ed intenzioni diverse.

Godiamoci una serata come quella di ieri, perfetta. Due ore in cui tutti hanno remato dalla stessa parte, due ore in cui tutti hanno giocato e tifato verso un unico, stesso ed identico obiettivo.

E’ la partita di Roberto Prandin, di un ragazzo e professionista serio, di uno che negli scorsi anni ha giocato per vincere questo campionato e lo ha vinto.

E’ la partita dei giovani di casa Virtus Roma, di Lucarelli e della sua tripla, di Spizzichino e Matic. Eh si, è la loro partita, quella di una giornata di festa, quella che non era stata in precampionato nell’amichevole proprio contro Scafati, in cui, in quarto periodo “inutile”, Lucarelli, Spizzichino e Matic videro Goodwin e compagni schiacciare ed esultare. E quindi l’esultanza di Lucarelli, vale un po’ di più.

E’ la partita di Marco Santiangeli, che non ha giocato una grande stagione, lo sa lui e lo sappiamo tutti, ma ha fatto una grande partita, ha fatto quello che sa fare e che sa fare, bene. E forse questo match lo libera dai fantasmi di una stagione e lo proietta alla prossima partita con la testa un po’ più libera.

E’ la partita di Tommaso Baldasso, matura e specchio di una stagione, di enorme crescita. Personale e tecnica. Non è il tabellino dei sogni, certo, ma è una partita fatta di scelte giuste, controllata ed equilibrata, in cui ha dimostrato, una volta di più che quest’anno è stato più Nic Moore ad aver avuto bisogno di lui, che lui ad aver avuto bisogno di Moore.

Ma è anche la partita di Moore, che per la prima volta forse non cerca il perenne contatto con l’avversario e gioca la sua partita, la sua bella partita. Di strappi e di lampi, non quelli che facevano cadere copiosa la pioggia fuori, ma quelli che illuminavano il Palazzo dello Sport dentro.

E’ la partita di Daniele Sandri, è la partita offensiva di Sandri. Perché della sua forza difensiva non si può discutere e di quanto lui sia un ago della bilancia ma ieri, in attacco, di un livello che in quest’anno non si era mai visto.

E’ la partita di un capitano, da capitano, di Massimo Chessa, di un gigante, da gigante, di Henry Sims e di un ragazzo, diventato uomo e trasformatosi in leader, di Aristide Landi, altro tassello di una stagione sopra le righe.

Non so cosa succederà sabato, so cosa spero con tutto il mio cuore. Ma non lo so ed ora nemmeno voglio saperlo. Però una cosa prima di sabato la vorrei dire, per dirla più forte in caso di vittoria, perché non la direi in caso di sconfitta: grazie. Era da tempo che non si viveva una settimana così.

Questa settimana è come la foto finale di Compagni di Scuola, come la sigaretta der Patata sul cofano della macchina spenta, è come la giacca di Tony Brando. E’ la nostra porta per un futuro, immediato.

E’ stata una serata di perfetta che chiude una settimana di agitazione e che apre una settimana che è tutto ed il suo contrario. E’ che forse hanno ragione quelli che su un palco cantavano prima che venisse montato il parquet, che la felicità è davvero puttana, che a volte dura un minuto e che botte ti da.

Mi hai salvato tante volte, quando la vita, di fuori, non girava con lo stesso motore.

Sento che il cuore va più veloce.

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Amar, ch’a nullo amato, Amar perdona

Foto di Gennaro Masi

 

«Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

 

prese costui de la bella persona

 

che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

 

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

 

mi prese del costui piacer sì forte,

 

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

 

Amor condusse noi ad una morte.

 

Caina attende chi a vita ci spense».

 

Vorrei essere bravo come Carl Brave (che poi a basket ci ha giocato ed era anche forte) nel saper raccontare le abitudini, gli usi e le immagini quotidiane dei giorni nostri ma di Carl Brave non ho l’altezza, la poetica e nemmeno quell’ “E e e e e e e eeeee” pazzesco con cui inizia ogni singola canzone. Ma come Carl ho Instagram e come Carl ieri, scorrendo le foto degli amici, erano infinite le foto di pranzetti al mare e di tramonti.

Bella la montagna, belli pure i borghi di questo nostro incredibile paese, bello pure il concerto di Carl Brave all’auditorium ma più bello il mare e più bella ancora è andare a vedere la Virtus.

E quante volte ce lo siamo detti? A vedere il mare, vengono i pensieri. Che poi capita che o ce li lasciamo o li laviamo semplicemente, poi alcuni sono talmente pesanti che ci li riportiamo indietro ma forse un po’ più leggeri.

C’è chi guardava il mare e poi è venuto al Palazzo dello Sport, c’è chi al mare ci è rimasto, c’è chi non c’è mai andato.

“ A Ce’, non lo guarda’ er mare…

Che te vengono i pensieri”

(Non essere Cattivo, Claudio Caligari)

 

Nessun pesce d’Aprile ma solo una bella Virtus di primavera.

Di certo è che se a guardare il mare, vengono i pensieri, a guardare Amar i pensieri, ieri, non sono venuti per niente. Che poi era anche il suo compleanno, quindi auguri Amar, figlio di Teo, fratello di Mirza, fratello di Denis: e ieri Amar ci ha messo molto meno di Frodo a dominare e frantumare l’anello. E nel giorno del suo compleanno, si fa e ci fa un bel regalo.

Alla fine della partita, il tabellino del ragazzo diceva: 19 punti. Tiro da tre, movimenti sotto canestro e come con Rieti, un rebus difficile da risolvere per la difesa avversaria. Per Bucchi un bel lusso ed allo stesso tempo, un bel problema.

Sims è Sims, su questo non ci stanno dubbi. Ma rispetto al suo giovane amico Amar, paga sicuramente una mobilità meno accentuata ed una facilità di essere raddoppiato, triplicato (ecc. ecc.) maggiore rispetto al “Birthday Boy” della giornata di ieri. Ma guai a pensare che questo possa essere un problema, l’esistenza della parola “alternativa” ci da una grossa mano: averli entrambi a disposizione è il lusso (di cui sopra) che ha a disposizione Bucchi e che in queste ultime partite il Coach “deve” avere il coraggio di esplorare anche nel finale.

Alibegovic quindi, Baldasso dunque: sono loro ieri ad aver vinto la partita.  Che piaccia oppure no,  sono stati l’imprevedibilità che ha steso Agrigento e parlando di Baldasso, la stagione di questo ragazzo è andata oltre le aspettative, e potrà sembrare forse una “provocazione”, ma in quest’annata è stato forse proprio Nic Moore ad aver avuto più bisogno di Baldasso che Baldasso di Moore. Ma si chiama sport di squadra, proprio per questo.

Dicevamo che il mare è bello, ma i pomeriggi in casa Virtus, sono ancora meglio. Il mare, quello vero, può ancora aspettare: la sera fa ancora un po’ freschino e quando il sole viene giù, bisogna tirare fuori la giacchetta pesante, bisogna coprirsi.

E si sa, tira più una sconfitta che una vittoria, fa parlare più una sconfitta che una vittoria, fa più opinione una sconfitta che una vittoria, fa più tifoso parlare dopo una sconfitta che una vittoria, ci si ricorda della Virtus dopo una sconfitta che dopo una vittoria.

Luci ed ombre, il caldo ed il freddo, gli stessi che potrete vivere dentro alla partita della Virtus Roma. La capacità di questa squadra di accendere il pubblico e di spegnersi da un momento all’altro è veramente folle: anche ieri, andare sopra di tredici punti e poi beccare un contro parziale, e ritrovarsi sotto di un punto. E ieri giù il cappello davanti al pubblico, che all’inizio sembrava non arrivare e poi invece ha riempito il primo anello, giù il cappello per aver iniziato a battere le mani quando le cose non stavano andando per il verso giusto.

Fiore dopo fiore sta arrivando la Primavera e di queste giornate quello che più colpisce è il caldo del giorno, non il freddo della sera, i locali che si riempiono, le giornate che si allungano, quello che fa bene è il sole.

Sbocciano i fiori, sboccia il talento dei giovani Amar e Tommaso, la Virtus e la sua gente sognano la definitiva fioritura.

Una di meno alla fine, che siano tre o che siano due. Vincere, sappiamo quando, non importa come. Urlando, dagli spalti  e da un microfono (da dove taluni maestri urbani vorrebbero che non si facesse e che si mantenessero i principi etici e professionali di cui loro sono pedissequi allievi e pastori).

E poi tutti a guardare il mare per confessargli i pensieri di una stagione, le speranze della prossima, in silenzio, senza parlare. C’è chi ci lascerà incazzature, chi lacrime, chi delusioni, chi paure, chi gioia, chi proverà a levigare un macigno di dolore troppo grande da poter lasciare andare, chi aggiungerà una pagina in più alla sua storia da tifoso e che a quelle due parole, Virtus e Roma, ha legato qualcosa di più che una semplice partita della domenica.

 

Amar, ch’a nullo amato Amar perdona.

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Forza

Vuoi sapere adesso dove sono

Sono come sotto un temporale

Né un ombrello né un accappatoio

Mi protegge dal male

Queste mani dicono chi sono

Se mi volto so che niente è uguale

Questo amore che a volte imprigiono

Mi protegge dal male

 

Ciao Virtus, oggi è proprio una brutta giornata. Come è potuto succedere quello che è successo ieri? Forse la risposta più giusta è che non esiste una risposta, mille motivazioni, ma non una vera e reale risposta.

Si può dire che sia successo perché non puoi gettare via una partita che oramai era vinta, che non puoi subire un parziale di 25-3 (se non peggiore), che la gestione dei timeout nel finale lascia aperti dei dubbi, che Sims non può cadere nel tranello di aizzare nel momento più sbagliato un pubblico che non aspettava altro che infuocarsi, che Moore non può essere questo e non deve nemmeno esserlo, che Santiangeli (come Chessa) non possono chiudere la partita a 0 punti, che la gestione dei cambi e di Alibegovic, un vero e proprio rebus per la difesa di Rieti che lo soffriva più di chiunque altro, è stata sbagliata, che forse Daniele Sandri ha giocato più di quanto realmente aveva nelle gambe al momento. Che nello sport la sconfitta è ammessa e giusta, ma non così, non in questa partita, non per un blackout inspiegabile e mai visto prima, come questo. Che fa ancora più male, perché fino ad un certo punto si era vista la migliore Roma di questa stagione, poi, il buio. Che adesso non esistono più appelli, che adesso o le vinci tutte o il sogno della Serie A1 diretta, sfuma. Che esami e critiche non si possono evitare, stavolta.

Però Virtus mia, io sto con te. Io ci credo. E capisci i pensieri e le riflessioni, ascolta le critiche e fanne a tua volta, vengono dal cuore da chi ti vuole bene, di chi gioisce se vinci e di chi sta male, se perdi. Ed è davvero strano come sia la sconfitta a risvegliare davvero tutti, pronti ad emettere la loro sentenza ed a stilare il giudizio assoluto irrevocabile e perentorio. Ma tu, Virtus, accetta e sappi riconoscere, chi lo fa con amore e chi solo per quella che sterilmente si chiama “convenienza”. Tira più una sconfitta che un carro di buoi, a quanto pare.

Ma Virtus, ci devi credere, ci devi riuscire, non importa come, ma ci devi riuscire. E alla fine sarà solo il campo che ti dirà se te lo sei meritato o meno, il resto non conta.

Virtus, ho paura. Ho paura che questo sogno alla fine si infranga e che per terra rimangano rimorsi e pezzi, ma non voglio permettere che sia la paura a prendere il sopravvento. Non quest’anno.

Ed allora ho fiducia in Piero Bucchi, in Massimo Chessa, in Daniele Sandri, in Aristide Landi, in Tommaso Baldasso, in Amar Alibegovic, in Roberto Prandin, in Andrea Saccaggi, in Marco Santiangeli, in Henry Sims, in Nic Moore, in Edoardo Lucarelli, in Daniele Michelutti, in chi a suo modo e nel suo ruolo fa parte di questa stagione.

Sai cara Virtus proprio oggi ci si domandava che colpa ancestrale stia pagando questa città che non si riesce mai a vivere qualcosa in maniera tranquilla e serena, ma se questo è il prezzo di vivere e tifare Roma, me lo tengo tutta la vita e poco importa se qualcuno non lo capisce, peggio per lui. Vinciamo e perdiamo insieme.

E’ arrivato il temporale ed è come quando sei in motorino e devi tornare a casa. O lo affronti e arrivi a casa zuppo oppure aspetti fino a quando non passa, ma alla fine avrà vinto lui.

Affronta questo temporale Virtus e vinci te. Ti prego, con tutto il cuore. Vinci con Siena, vinci con Agrigento, batti Treviglio, Scafati e poi Legnano, vinci questo campionato. E’ questo il momento, è questo un treno che non si può perdere. Di errori ne sono stati fatti, tanti, troppi ma per fortuna c’è ancora una possibilità e stavolta non puoi fallirla. E non basterà nel caso l’esclusione di Siena, bisognerà vincere lo stesso.

Sai Virtus, a volte ci penso a come potrebbe essere quel pomeriggio o quella sera in cui ci si potrebbe ritrovare a festeggiare la vittoria e puntualmente mi ripeto che devo stare calmo e che devo restare con i piedi per terra. Ma sarò folle, soprattutto dopo questa partita, io ci credo. Ci devo credere, sennò per cosa si tifa a fare?

E ci dovete credere anche voi, più di me, più di noi, perché altrimenti per cosa si gioca fare? Perché tanto tutto passa ma chiunque di noi sa perfettamente quanto veloce vuole che se ne vada questo senso di tristezza e di depressione che oggi alberga nel cuore, e l’unico modo, ora è portare a casa il bottino.

Forza Virtus, forza Virtus Roma. Sei gli amici, sei le gioie, i ricordi, le persone, i viaggi, i pranzi e le cene, la radio, gli articoli, i caffè. Un battito costante della mia vita. Capisci che non posso non crederci?

Virtus, quello che non ho è una camicia bianca, un segreto in banca, una pistola per guadagnarmi il cielo o per conquistare il sole. Ma da tempo, oramai, ho te. E quest’anno ti ho ancora di più.

Forza.

Ora.

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Sotto il segno dei pesci

Annamo via, tenemose pe mano.

C’è solo questo de vero pe chi spera,

che forse un giorno,

chi magna troppo adesso,

possa sputa’ le ossa che so’ sante.

 

Corri Virtus, corri, non avere paura.

Manca poco, manca davvero poco e questo è davvero il momento di non avere paura. Che sia quella di farcela che quella di non farcela, coraggio. O meglio ancora, daje.

Non si poteva perdere contro Tortona e non per demeriti dell’avversario ma perché la sera prima al posto di quel parquet, c’era un palco, e su quel palco c’era Antonello Venditti.

Ora i gusti sono gusti eh, ma Antonello è Antonello e non esiste essere vivente a Roma che non abbia mai cantato una sua canzone, non importa se bene o male, quando si canta Antonello, non è questo è l’importante, conta l’amore.

Saper capire cosa è importante, questo conta ora. Non contano le disamine, non conta la zona od una difesa a uomo, non conta chi ne fa di più o chi ne fa di meno, conta vincere. Bene o male, questo importa, ma vincere.

E’ una questione d’amore, di quella strana, enorme cosa, che il mondo ci ha insegnato a chiamare amore. Eh si, perché magari tanti non se ne rendono conto, ma quando si entra in quel posto di domenica, che ora ci hanno detto che si chiama Palazzo dello Sport, pare che il tempo se fermi. Che per quelle due ore (minuto più o minuto meno) il tempo si fermi proprio lì.

E proprio quel tempo ed il mondo intorno, quelle due ore, proprio lì dentro, non esiste più. Esiste solo la squadra, esiste solo la partita, esiste solo il risultato, esiste solo l’amore. Che poi bravo chi riesce a dare una definizione all’amore, io non ci riesco, non sono capace. Però sento che durante la partita l’amore ha imparato a farsi sentire ed a farsi riconoscere.

E ti fa sentire parte di qualche cosa, inevitabilmente. Di giorni, pomeriggi e sere che sono nostri e di nessun altro. Nostri: di chi è in campo, di chi è in ufficio, di chi è davanti ad un pc o dietro ad un microfono, di chi è sugli spalti, di chi ha scelto di amare.

E’ quel posto amico, quello spazio e tempo amico, che ti aiuta a dimenticare, un amico che nel bene e nel male, ci vorrebbe sempre. Una sorta di buco spazio temporale in cui riversare tutto e nel cui sentirsi meno soli.

In cui è impossibile voltarsi indietro, fortunatamente o no, perché la giornata importante è di sicuro, quella che verrà. Passa il tempo, passano i giorni, passano gli anni, per chi di più o per chi di meno ed in questi giorni, in questi anni, in tutto questo tempo, chissà quante ne sono successe, per ognuno di noi. Ma c’è sempre stata una partita a farci dimenticare, nel bene o nel male, i pensieri. Almeno per due ore.

E due ore dopo due ore ci si avvicina alla fine, un passo alla volta. E non c’è partita, non c’è abbraccio con un amico, non c’è sguardo, non c’è niente che un video possa mai raccontare o ricordare, c’è solo la memoria che ci aiuta a ricordare, cosa è stato e cosa potrebbe essere: oggi, domani e ora.

E della vittoria contro Tortona ci ricorderemo che Andrea Saccaggi ha giocato una grande partita, che Amar Alibegovic è tornato protagonista, che non è per nulla scontato il Tommaso Baldasso di quest’anno, soprattutto dopo quello che si era detto, pensato e scritto lo scorso anno, che Sims è un’ira di Dio, che uno come Aristide Landi ti entra nel cuore.

E ci ricorderemo che nemmeno questa volta è stata facile, a dirla tutta non lo sarà mai fino alla fine. E’ nella nostra storia, è nel nostro destino.

Ci ricorderemo di questa strada, con chi eravamo, che dolore o che gioia o che pensiero, portavamo nella mente o nel cuore, di chi gridava insieme a noi. Che tutto quello che volevamo, pensavamo, era solamente amore.

Non ti fermare Virtus.

Corri, corri, non aver paura.

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E’ già domani

Di solito gli uomini quando sono tristi non fanno niente;

si limitano a piangere sulla propria situazione;

ma quando si arrabbiano allora si danno da fare per cambiare le cose.

 

Questa è una di quelle occasioni in cui ti sembra di sapere tutto e di non sapere nulla. Ti sembra di conoscere ogni singola ragione per cui non è andata ed allo stesso tempo insegui un qualcosa che non sai, ma di cui hai, disperatamente bisogno.

Non bisognava perdere ma la realtà è che la Virtus Roma ha perso. E ci sono dei motivi, tanti e diversi.

Il fischio arbitrale alla fine, che per chi scrive, non esiste: il canestro di Santiangeli era valido e valeva la vittoria. Punto e basta, poi si può parlare di quel tutto e sacrosanto resto.

E’ vero, Baldasso quella palla a Santiangeli poteva passarla prima sull’ultima rimessa ma non per risultare ripetitivi, Santiangeli alla fine il canestro lo avevo messo. Ma quello che forse è più grave di tutto è che quando sei la Virtus Roma di questa stagione e sei la squadra che più di tutte può e deve conquistare il primo posto in classifica, non ti puoi permettere di andare prima sotto di dieci e più lunghezze e poi avanti di più di dieci lunghezze e di farti rimontare da una squadra che non ha il suo miglior realizzatore e che lascia in panchina per dieci minuti se non di più il suo secondo violino. Punto e basta.

Non si può gestire il finale così ed un giocatore come Nic Moore, i cui canestri sono stati linfa vitale per la rimonta, non può dirigere i possessi vitali del match in quella maniera.

Tante cose che sono esistite non avrebbero dovuto esistere: quel fischio, quella gestione non sarebbero dovute esistere. Ma c’è una cosa che oggi, più che mai, non deve esistere: la rassegnazione.

C’è invece qualcosa che deve esistere: rabbia, delusione, incazzatura, consapevolezza.

Via le maschere e via le scuse: questa squadra deve salire in A1. Non c’è nemmeno bisogno di chiedersi il perché. Lo deve fare per i suoi tifosi, giusti o sbagliati che siano, lo deve fare per il basket a Roma, lo deve alla sua storia, lo deve alle ingiustizie che ha subito, alle delusioni che le sono state inflitte e che si è inflitta, lo deve a tutti coloro che gioiscono dopo una sua sconfitta, ai suoi avversari. Questo è e deve essere l’anno. Che si fotta il resto.

E vengano le vittorie e vengano le cadute, siamo Roma. Venga la rabbia, venga l’amarezza e venga anche la delusione. L’indifferenza la lasciamo agli altri.

E’ nel nostro destino di romani: non passiamo mai nell’indifferenza, non siamo indifferenza e non facciamo nemmeno l’indifferenziata. E allora oggi diffidate da chi non ci sta male per questa sconfitta, da chi “ma tanto è ancora lunga”, e via così. Scusate, io sto impazzendo, ma sono arrabbiato.

Oggi deve essere un punto di non ritorno, da quello che non si vuole accada quest’anno: perdere. Il risultato di questa sera deve essere appeso sulla porta dello spogliatoio e tenuto a mente e da domani si riparte, incazzati e con la voglia di demolire tutto.

Perché o la storia di questa partita si cambia o di questa partita se ne parlerà come di quella che ha distrutto tutto. Ora si vedrà quale e quanta è la voglia di vincere questo girone, quanta e quale è la voglia di questa città di tornare più in alto.

Alla fine gli eroi non sono quelli che non cadono mai ma quelli che trovano un motivo in più del proprio avversario e alla fine, vincono. E si alleano con le proprie paure ed i propri limiti, si alleano con la propria rabbia e con la propria delusione, si alleano con i propri errori. E tutto questo lo fanno diventare rumore, dentro e fuori di loro, e si caricano di questo rumore e lo usano come arma.

Come Rocky che distrutto da Clubber Lang e dalla morte del suo allenatore usa la sua rabbia e le parole del suo avversario per metterlo al tappeto, come Hulk che per essere normale e non una forza distruttrice ha deciso di vivere sempre arrabbiato, come Batman che ha usato ciò che gli faceva più paura e lo ha trasformato nell’incubo dei suoi nemici.

Ora è il momento più difficile nel momento più complicato. Ora è il momento.

E tanti non aspettano altro che il momento in cui Roma cadrà. I panni sporchi laviamoceli in casa, bisogna vincere un campionato, la città lo deve vincere. O almeno, deve provarci fino in fondo, al massimo delle sue possibilità.

Oggi non si può cancellare, domani si può scrivere. E non è la rabbia o la delusione o la critica, anche esagerata ed esasperata, che devono spaventare oggi, ma bisogna fuggire da indifferenza e silenzio, assordanti in un passato nemmeno troppo lontano.

E alla fine forse ha ragione mio papà, che mi dice sempre: “Le cose o sono certe o sono supposte”.

 

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Riproduzione Casuale

I giorni indimenticabili della vita di un uomo

sono cinque o sei, in tutto.

Il resto fa volume.

 

 

Giustamente incazzati, scoraggiati…no!”

Le sconfitte sono sempre strane. Si, sono strane. Sono sempre sconfitte eh, ma sono comunque strane, soprattutto in anni così. Perché ancor prima che pensare a quello che si sarebbe potuto fare od a quello che non si sarebbe dovuto fare, si pensa a ciò che potrebbe essere.

Ma prima conviene liberarsi delle zavorre, così forse da più leggeri si può riprendere a camminare prima. E allora liberiamoci di quel 12/22 ai liberi, liberiamoci di quell’ultimo tiro di Moore non entrato, liberiamoci dei vantaggi sprecati a favore di una rimonta altrui, di quel fischio nel finale che tutto è sembrato fuorché giusto, liberiamoci dalla sconfitta.

La Virtus Roma è ancora prima, noi siamo ancora primi. Con tre partite di vantaggio (e scontro diretto) a favore con Capo D’Orlando, con una Rieti che là dietro non molla e che bisognerà affrontare in casa. E soprattutto, non manca una o due partite, ne mancano tante altre, così per la Virtus, tanto per le altre. E’ lunga, non così tanto, ma è lunga.

Ed è un momento in cui è possibile che la squadra sia stanca, ammesso e non concesso che si contano sulle dita di una mano le partite in cui Bucchi ha potuto contare su tutti gli effettivi a sua disposizione. Ma come dice un vecchio detto: “I cavalli si vedono all’arrivo”. E come detto, l’arrivo è vicino, importante ma allo stesso tempo ancora lontano.

L’unicità di vivere una passione è che ti rende folle. Ecco, per esempio stasera quello che mi viene in mente è la fine di questo viaggio e la mia fantasia malata e sicuramente sbagliata mi fa immaginare un giorno di festa, uno di quei cinque o sei che si ricordano nella vita di un uomo e non un altro di quelli che servono solo a fare volume. Quello che intimamente rende unica proprio quella passione è che la rende invincibile, a tutto.

Ai commenti dei tifosi avversari che gioiscono per la tua sconfitta (come giusto che sia), alle speranze degli avversari che si alimentano nel giorno di una caduta (come giusto che sia), alle ansie ed alle paure di una stagione che chissà, potrebbe essere speciale.

Speciale, che termine magnifico, significa che non è comune, che è fuori dall’ordinario. E sicuramente se il pensiero va prima al traguardo finale che a quello che è successo oggi, allora forse vuol dire che davvero non è come tutte le altre.

Non so, è una sensazione strana. Avete presente quelle serate memorabili in cui poi ad un certo punto arriva il conto e ti si fionda addosso una mazzata colossale? O quando la mattina dopo ti svegli e con un mal di testa trapanante ti ritrovi con il portafogli vuoto?

Ecco, cambiereste mai quelle serate per un conto più clemente o per un mal di testa meno perforante? Io no. E allora speriamo che questa giornata sia un mal di testa o un conto eccessivo di una serata che è solo a metà, che sia come successo ad esempio con Cassino, uno di quegli imbuti cosmici che tanto bene descrive il Pieraccioni de “I Laureati”.

Chiamasi Imbuto Cosmico quel silenzio che si crea quando oramai ansia e angoscia fanno abbassare il tiro della serata, unica soluzione è alzare subito il volume”. E allora ognuno scelga la canzone che più gli piace e per cancellare una partita sbagliata inizi ad alzare il volume e nel muoversi senza un senso e nel cantare senza un’intonazione degna di un talent show inizi a calpestare i brutti menti e le nubi di questa sconfitta, così come successo dopo Cassino.

Calpesti i disfattismi ed i disfattisti, calpesti le tristezze ed i tristi e giù a ballare e giù a cantare. Non le canzoni che piacciono a tutti ma quelle che piacciono solamente a noi, quelle brutte che nessuno ha mai capito e che tutti hanno sempre criticato, perché non c’è bisogno di spiegazioni. Ed il volume metterà a tacere l’entusiasmo degli avversari e le lezioni di chi non potendo più dare cattivo esempio pensa di dare buoni consigli. Essere tifosi di pallacanestro non è semplice, esserlo della squadra di Roma lo è ancora di più. E per questo, alzate il volume ancora di più, delle casse o delle cuffie o della radio della macchina. E per fortuna è già domani.

Ora sto per dire una cosa che non va assolutamente fatta ma se capita, insomma…capita. Sergio Castellitto in una commedia italiana dice che quando si fa pipì all’aperto, si pensa a qualcosa ed automaticamente si fa quella santa pipì proprio su quel pensiero. Ecco focalizzate il pensiero sbagliato di questa sera e regolatevi di conseguenza.

In questo momento, se fossi all’aperto (e non lo sono) penserei al ghigno di Triche, agli errori di questa sera, ai problemi di Sandri e Chessa, al peso di ogni partita ed all’importanza di quest’anno, all’unica brutta partita di quest’anno di Sims, a Moore, a tutto ciò che non va.

E allora facciamo una cosa, prendo il telefono, infilo le cuffiette, vado su musica, tutti i brani e premo la riproduzione casuale.

“…svegliati con un’idea che vuoi difendere con un ricordo da dividere insieme anche se ogni giorno è un’avventura

che a pensarci fa paura”.

Oggi giustamente incazzati, scoraggiati no.

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Ho imparato a sognare

“Del resto, se non rischi…

Te non hai mai rischiato?”

“Si, una volta…Una volta ho messo 2 fisso su Inter – Cagliari”

 

Il giorno dopo, forse, è anche più bello. Ci pensi e ci ripensi ed è tutto vero.

Faccio mea culpa: ad un certo punto non ci credevo più, pensavo che sarebbe finita come è finita altre volte nella nostra storia. Insomma, il 2 fisso non lo avrei scommesso, né prima del match, né nel finale.

In fondo, il basket, tifare, è anche questo. Non crederci e poi esplodere, morire un po’ per poter vivere. Come Mandrake, che dentro ad un tribunale urla “Ho vinto!”, come noi, tifosi della Virtus Roma che a quel canestro abbiamo iniziato ad urlare il nome di Andrea Saccaggi, frasi confuse, versi alieni. Abbiamo vinto.

Una partita che vale e varrà due punti ma che almeno ancora oggi, fateci fare finta che vale qualcosa di più. E forse davvero la vale, perché contro un avversario di una pericolosità incredibile, perché sembrava persa, perché Moore è uscito per somma di falli nel terzo quarto, perché era dai tempi di Smith e di Stefansson che non vincevamo una partita all’ultimo secondo, con una tripla.

Con il basket è così, impari a sognare. Ti costruisci le ali anche quando non ce le hai e mimi schiacciate poderose sugli stipiti delle porte, vedi canestri sui lampadari e sui muri di casa, ti senti Jordan e sogni e fantastichi canestri impossibili, sogni di segnare i canestri della vittoria, come quello di Andrea Saccaggi. Il tuo mondo è ovunque, i tuoi canestri innumerevoli ed il tuo mondo, finiva là.

Lo fai da quando inizi, da quando sei bambino, da quando non sei neanche un’età, perché è vero, i giorni di scuola, quelli prima dell’allenamento, ti duravano una vita. Chissenefrega di quello che è successo, conta quello che c’è dentro: quando impari a sognare, non smetti mai. E chissenefrega del “prete palloso”, di chi “è incapace a sognare “ e non riesce a godersi il momento per pensare a deliri personalistici, egoismi e rigurgiti acidi, e nonostante tutto, chissenefrega anche dei cinque falli di Moore, è finita bene e questo basta. Passi, per questa volta.

Nessuno lo sa e nessuno può sapere se canestri del genere e finali del genere vogliano significare qualcosa di magico o siano segni del destino, e personalmente nemmeno lo voglio sapere, c’è che quest’anno si è tornati a sognare e non bisogna smettere.

Non bisogna smettere di sognare e di pensare che finali del genere possono succedere, quest’anno no, non bisogna rinunciare i sogni. Nemmeno io rinuncerò al sogno di svegliarmi domani mattina grande e grosso come Henry Sims, che poi è anche tanto forte. Una piccola parentesi è necessaria: la partita del “ragazzone” americano contro Casale Monferrato è ai limiti del sublime, non tanto per le cifre che ancora una volta sono da applausi, ma per il modo in cui si è preso la squadra sulle spalle e l’ha trascinata, per il modo in cui ha detto agli avversari che per vincere contro i suoi compagni avrebbero dovuto buttare giù lui. E non ce l’hanno fatta.

E allora si, è giunto il momento di andare oltre muri e confini, tecnici, tattici ma soprattutto mentali. E’ ora di abbandonare vecchie paure, vecchie parole, vecchie abitudini, ed almeno quest’anno decidere di cavalcare aquiloni e godersi il viaggio, e alla fine, vedere.

Si, andare oltre muri e confini e rischiare, come ha fatto Baldasso. Tutti si sono chiesti in quei secondi di straordinaria follia perché non stesse appoggiando i due punti facili per andare all’overtime. Tutti, proprio tutti, tranne lui, che in quel momento aveva deciso di rischiare. Ed ha avuto ragione.

Si è fidato del suo compagno, ha rinunciato a due punti che sarebbero valsi un tempo supplementare ed ha scelto di giocarsi il rischio e di far tirare Saccaggi. Tutti sappiamo come è finita, pensate se quel tiro non fosse entrato.

Le botte si prendono, le botte si danno. Le partite si vincono e le partite si perdono. Dopo le urla, dopo il canestro di Saccaggi, il silenzio e quella stanchezza addosso, la voglia di piangere, per la gioia.

Come Manuel quando rivede Nadia aprirgli la porta, come quando Aldo, Giovanni e Giacomo piantano la gamba davanti la casa del suocero, come quando Mike Foster (in arte Tony Brando) si prende la rivincita su Lepore e Santalamazza, come Mandrake, come Rocky Balboa contro Apollo o contro Clubber Lang, come quando Robert Hatch para il rigore ai tedeschi, come Bartali in fuga tra giornali che svolazzano e francesi che si incazzano.

Andrea Saccaggi, da tre, all’ultimo secondo. E la Virtus Roma ha vinto.

C’è che ormai che ho imparato a sognare, non smetterò.

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Andrea Saccaggi, da tre

“Cosa aggiungere potrebbe un narratore

a quanto già narrato dall’attore;

a me non resta altro che sparire,

fare un bell’inchino e poi svanire”

 

Andrea Saccaggi, da tre, all’ultimo secondo. E la Virtus Roma vince.

Andrea Saccaggi, da tre, all’ultimo secondo. E la Virtus Roma vince.

Andrea Saccaggi, da tre, all’ultimo secondo. E la Virtus Roma vince.

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Andrea Saccaggi, da tre, all’ultimo secondo. E la Virtus Roma vince.

Andrea Saccaggi, da tre, all’ultimo secondo. E la Virtus Roma vince.

Scusate, non so cosa dire o cosa scrivere. Sono troppo felice.

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Roma di Notte

Un giorno una Signora forastiera,

passanno cór marito

sotto l’arco de Tito,

vidde una Gatta nera

spaparacchiata fra l’antichità.

 

— Micia, che fai? — je chiese: e je buttò

un pezzettino de biscotto ingrese;

ma la Gatta, scocciata, nu’ lo prese:

e manco l’odorò.

Anzi la guardò male

e disse con un’aria strafottente:

— Grazzie, madama, nun me serve gnente:

io nun magno che trippa nazzionale!

 

 

Piove, senti come piove, Madonna come piove, senti come viene giù. Tutto è bagnato a terra, le strade sono vuote, il semaforo verde che illumina la strada piena d’acqua. Non c’è nessun clacson, il camion dell’immondizia, proprio lui, anche stasera ha scelto me.

Sono le due di notte, la Virtus ha appena vinto quello che qualcuno ha deciso si chiamasse derby, quella sfida che mette una dinanzi all’altra, due squadre della stessa città. Ha vinto la Virtus Roma, lo ha fatto in maniera forte e prepotente, senza mai levare un dubbio su quello che sarebbe stato il finale.

C’è la solita partita di Henry Sims, c’è la solita partita di Aristide Landi, c’è Nic Moore, c’è Amar Alibegovic, Andrea Saccaggi, Tommaso Baldasso, Daniele Sandri, Massimo Chessa e Marco Santiangeli. C’è anche Lucarelli che non fa in tempo ad entrare. Ci sono tutti in una serata sinfonica, un suono armonico di diversi strumenti che intonano insieme quella melodia che nello sport si chiama “vittoria”, c’è la Virtus Roma. Che gioca bene, che corre, che gira la palla. C’è una classifica che non può far altro che tirare fuori un sorriso, che dentro è un uno che salta, che urla ma fuori è un sorriso. Insomma c’è un po’ tutto ed in più c’è anche un’altra sconfitta di Bergamo ed un’altra vittoria di Rieti, perché morto un Papa se ne fa sempre un altro ma può capitare che per farne un altro, non debba per forza morirne uno.

Ma questo tutto non è mai abbastanza, perché quei quaranta minuti (a volte anche più) non sanno e non conoscono la marea infinita di emozioni che si generano e che vivono intorno a loro, prima e dopo, dentro ogni singola persona.

La partita è un posto speciale. Il giorno della partita è un posto speciale. Fatto di quei momenti semplici e speciali. Come quando, appena parcheggiato, scendi dalla macchina e torni a casa e prima di salire fai un sospiro e pensi: “Abbiamo vinto”, e quello strano silenzio di Roma, di giovedì, alle due di notte, sembra davvero un posto perfetto.

I sorrisi con gli amici, l’incontro con Sasà, il calzone del “Giardino”, “Roma di Notte”, la sfida ai rigori con Landi, sono tutte quelle cose, insignificanti per gli altri, uniche per chi le vive. E non perché siano irripetibili, ma perché sono ricordi. E valgono più di qualunque altra cosa.

I ricordi e le immagini, non hanno valore, non hanno tempo. Sono semplici, sono fuori dal tempo. Come per esempio passare dalla pioggia battente alla vista dilagante di Roma, poco prima di prendere lo svincolo per uscire a Roma Est e pensi di fronte a quella marea di luci: “Quanto è grossa Roma”.

Un po’ come pensare a quanto sia grosso Sims, per esempio. La grande rovina di questa immensa città è proprio nella sua immensità: talmente grande e distesa che ti ascolta sempre, in ogni momento, in cui peccato ed innocenza si confondono ed in un caso o nell’altro, lei ti perdona sempre.

C’aveva ragione Mandrake che descrivendo il giocatore di cavalli, in verità parlava di qualunque tifoso di questo mondo, di chi prova una fede: “…è un misto, un cocktail, un frullato de robba, un minorato, un incosciente, un regazzino, un dritto e un fregnone, un milionario pure se nun c’ha na lira e uno che nun c’ha na lire pure se è milionario. Un fanatico, un credulone, un buciardo, un pollo, è uno che passa sopra a tutto e sotto a tutto, è uno che ‘mpiccia, traffica, imbroglia, more, azzarda, spera, rimore e tutto per poter dire: Ho vinto! E adesso v’ho fregato a tutti e mo’ beccate questa… tié!”

Roma, la notte, prima di salire a casa, ascolta tutto questo. Conosce tutto questo.

Chissà se la notte di Roma, nel suo silenzio, nella sua unica magia, sa già come finirà questa stagione, sa perché nonostante milioni di abitanti, sia così faticoso portare le persone al Palazzo dello Sport, sa il perché si oscilli tra grandi esaltazioni ed enormi depressioni. Chissà.

Ma per una volta, chi se ne frega. Come per la gatta nera di Trilussa, Roma è sempre una buona scelta. Si sa, il giovedì so’ gnocchi e per questa volta il sugo ce lo mette la Virtus ed è il piatto più buono del mondo.

Il semaforo è di nuovo verde, un’altra partita è andata, un’altra partita è vinta, con in sottofondo le note di Gigi D’Agostino e della dance anni’90 ed intorno le luci di una Roma notturna e bagnata. In attesa che tutto questo turbine di emozioni diventi un Ciclone, che si sa, quando passa, non t’avverte.

Roma di Notte non è solo una delle più grandi canzoni della storia della musica mondiale. Roma di Notte è quel qualcosa che se tifi Virtus Roma, ieri sera, hai capito un po’ di più.

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