Ho imparato a sognare

“Del resto, se non rischi…

Te non hai mai rischiato?”

“Si, una volta…Una volta ho messo 2 fisso su Inter – Cagliari”

 

Il giorno dopo, forse, è anche più bello. Ci pensi e ci ripensi ed è tutto vero.

Faccio mea culpa: ad un certo punto non ci credevo più, pensavo che sarebbe finita come è finita altre volte nella nostra storia. Insomma, il 2 fisso non lo avrei scommesso, né prima del match, né nel finale.

In fondo, il basket, tifare, è anche questo. Non crederci e poi esplodere, morire un po’ per poter vivere. Come Mandrake, che dentro ad un tribunale urla “Ho vinto!”, come noi, tifosi della Virtus Roma che a quel canestro abbiamo iniziato ad urlare il nome di Andrea Saccaggi, frasi confuse, versi alieni. Abbiamo vinto.

Una partita che vale e varrà due punti ma che almeno ancora oggi, fateci fare finta che vale qualcosa di più. E forse davvero la vale, perché contro un avversario di una pericolosità incredibile, perché sembrava persa, perché Moore è uscito per somma di falli nel terzo quarto, perché era dai tempi di Smith e di Stefansson che non vincevamo una partita all’ultimo secondo, con una tripla.

Con il basket è così, impari a sognare. Ti costruisci le ali anche quando non ce le hai e mimi schiacciate poderose sugli stipiti delle porte, vedi canestri sui lampadari e sui muri di casa, ti senti Jordan e sogni e fantastichi canestri impossibili, sogni di segnare i canestri della vittoria, come quello di Andrea Saccaggi. Il tuo mondo è ovunque, i tuoi canestri innumerevoli ed il tuo mondo, finiva là.

Lo fai da quando inizi, da quando sei bambino, da quando non sei neanche un’età, perché è vero, i giorni di scuola, quelli prima dell’allenamento, ti duravano una vita. Chissenefrega di quello che è successo, conta quello che c’è dentro: quando impari a sognare, non smetti mai. E chissenefrega del “prete palloso”, di chi “è incapace a sognare “ e non riesce a godersi il momento per pensare a deliri personalistici, egoismi e rigurgiti acidi, e nonostante tutto, chissenefrega anche dei cinque falli di Moore, è finita bene e questo basta. Passi, per questa volta.

Nessuno lo sa e nessuno può sapere se canestri del genere e finali del genere vogliano significare qualcosa di magico o siano segni del destino, e personalmente nemmeno lo voglio sapere, c’è che quest’anno si è tornati a sognare e non bisogna smettere.

Non bisogna smettere di sognare e di pensare che finali del genere possono succedere, quest’anno no, non bisogna rinunciare i sogni. Nemmeno io rinuncerò al sogno di svegliarmi domani mattina grande e grosso come Henry Sims, che poi è anche tanto forte. Una piccola parentesi è necessaria: la partita del “ragazzone” americano contro Casale Monferrato è ai limiti del sublime, non tanto per le cifre che ancora una volta sono da applausi, ma per il modo in cui si è preso la squadra sulle spalle e l’ha trascinata, per il modo in cui ha detto agli avversari che per vincere contro i suoi compagni avrebbero dovuto buttare giù lui. E non ce l’hanno fatta.

E allora si, è giunto il momento di andare oltre muri e confini, tecnici, tattici ma soprattutto mentali. E’ ora di abbandonare vecchie paure, vecchie parole, vecchie abitudini, ed almeno quest’anno decidere di cavalcare aquiloni e godersi il viaggio, e alla fine, vedere.

Si, andare oltre muri e confini e rischiare, come ha fatto Baldasso. Tutti si sono chiesti in quei secondi di straordinaria follia perché non stesse appoggiando i due punti facili per andare all’overtime. Tutti, proprio tutti, tranne lui, che in quel momento aveva deciso di rischiare. Ed ha avuto ragione.

Si è fidato del suo compagno, ha rinunciato a due punti che sarebbero valsi un tempo supplementare ed ha scelto di giocarsi il rischio e di far tirare Saccaggi. Tutti sappiamo come è finita, pensate se quel tiro non fosse entrato.

Le botte si prendono, le botte si danno. Le partite si vincono e le partite si perdono. Dopo le urla, dopo il canestro di Saccaggi, il silenzio e quella stanchezza addosso, la voglia di piangere, per la gioia.

Come Manuel quando rivede Nadia aprirgli la porta, come quando Aldo, Giovanni e Giacomo piantano la gamba davanti la casa del suocero, come quando Mike Foster (in arte Tony Brando) si prende la rivincita su Lepore e Santalamazza, come Mandrake, come Rocky Balboa contro Apollo o contro Clubber Lang, come quando Robert Hatch para il rigore ai tedeschi, come Bartali in fuga tra giornali che svolazzano e francesi che si incazzano.

Andrea Saccaggi, da tre, all’ultimo secondo. E la Virtus Roma ha vinto.

C’è che ormai che ho imparato a sognare, non smetterò.

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Andrea Saccaggi, da tre

“Cosa aggiungere potrebbe un narratore

a quanto già narrato dall’attore;

a me non resta altro che sparire,

fare un bell’inchino e poi svanire”

 

Andrea Saccaggi, da tre, all’ultimo secondo. E la Virtus Roma vince.

Andrea Saccaggi, da tre, all’ultimo secondo. E la Virtus Roma vince.

Andrea Saccaggi, da tre, all’ultimo secondo. E la Virtus Roma vince.

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Andrea Saccaggi, da tre, all’ultimo secondo. E la Virtus Roma vince.

Andrea Saccaggi, da tre, all’ultimo secondo. E la Virtus Roma vince.

Andrea Saccaggi, da tre, all’ultimo secondo. E la Virtus Roma vince.

Scusate, non so cosa dire o cosa scrivere. Sono troppo felice.

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Roma di Notte

Un giorno una Signora forastiera,

passanno cór marito

sotto l’arco de Tito,

vidde una Gatta nera

spaparacchiata fra l’antichità.

 

— Micia, che fai? — je chiese: e je buttò

un pezzettino de biscotto ingrese;

ma la Gatta, scocciata, nu’ lo prese:

e manco l’odorò.

Anzi la guardò male

e disse con un’aria strafottente:

— Grazzie, madama, nun me serve gnente:

io nun magno che trippa nazzionale!

 

 

Piove, senti come piove, Madonna come piove, senti come viene giù. Tutto è bagnato a terra, le strade sono vuote, il semaforo verde che illumina la strada piena d’acqua. Non c’è nessun clacson, il camion dell’immondizia, proprio lui, anche stasera ha scelto me.

Sono le due di notte, la Virtus ha appena vinto quello che qualcuno ha deciso si chiamasse derby, quella sfida che mette una dinanzi all’altra, due squadre della stessa città. Ha vinto la Virtus Roma, lo ha fatto in maniera forte e prepotente, senza mai levare un dubbio su quello che sarebbe stato il finale.

C’è la solita partita di Henry Sims, c’è la solita partita di Aristide Landi, c’è Nic Moore, c’è Amar Alibegovic, Andrea Saccaggi, Tommaso Baldasso, Daniele Sandri, Massimo Chessa e Marco Santiangeli. C’è anche Lucarelli che non fa in tempo ad entrare. Ci sono tutti in una serata sinfonica, un suono armonico di diversi strumenti che intonano insieme quella melodia che nello sport si chiama “vittoria”, c’è la Virtus Roma. Che gioca bene, che corre, che gira la palla. C’è una classifica che non può far altro che tirare fuori un sorriso, che dentro è un uno che salta, che urla ma fuori è un sorriso. Insomma c’è un po’ tutto ed in più c’è anche un’altra sconfitta di Bergamo ed un’altra vittoria di Rieti, perché morto un Papa se ne fa sempre un altro ma può capitare che per farne un altro, non debba per forza morirne uno.

Ma questo tutto non è mai abbastanza, perché quei quaranta minuti (a volte anche più) non sanno e non conoscono la marea infinita di emozioni che si generano e che vivono intorno a loro, prima e dopo, dentro ogni singola persona.

La partita è un posto speciale. Il giorno della partita è un posto speciale. Fatto di quei momenti semplici e speciali. Come quando, appena parcheggiato, scendi dalla macchina e torni a casa e prima di salire fai un sospiro e pensi: “Abbiamo vinto”, e quello strano silenzio di Roma, di giovedì, alle due di notte, sembra davvero un posto perfetto.

I sorrisi con gli amici, l’incontro con Sasà, il calzone del “Giardino”, “Roma di Notte”, la sfida ai rigori con Landi, sono tutte quelle cose, insignificanti per gli altri, uniche per chi le vive. E non perché siano irripetibili, ma perché sono ricordi. E valgono più di qualunque altra cosa.

I ricordi e le immagini, non hanno valore, non hanno tempo. Sono semplici, sono fuori dal tempo. Come per esempio passare dalla pioggia battente alla vista dilagante di Roma, poco prima di prendere lo svincolo per uscire a Roma Est e pensi di fronte a quella marea di luci: “Quanto è grossa Roma”.

Un po’ come pensare a quanto sia grosso Sims, per esempio. La grande rovina di questa immensa città è proprio nella sua immensità: talmente grande e distesa che ti ascolta sempre, in ogni momento, in cui peccato ed innocenza si confondono ed in un caso o nell’altro, lei ti perdona sempre.

C’aveva ragione Mandrake che descrivendo il giocatore di cavalli, in verità parlava di qualunque tifoso di questo mondo, di chi prova una fede: “…è un misto, un cocktail, un frullato de robba, un minorato, un incosciente, un regazzino, un dritto e un fregnone, un milionario pure se nun c’ha na lira e uno che nun c’ha na lire pure se è milionario. Un fanatico, un credulone, un buciardo, un pollo, è uno che passa sopra a tutto e sotto a tutto, è uno che ‘mpiccia, traffica, imbroglia, more, azzarda, spera, rimore e tutto per poter dire: Ho vinto! E adesso v’ho fregato a tutti e mo’ beccate questa… tié!”

Roma, la notte, prima di salire a casa, ascolta tutto questo. Conosce tutto questo.

Chissà se la notte di Roma, nel suo silenzio, nella sua unica magia, sa già come finirà questa stagione, sa perché nonostante milioni di abitanti, sia così faticoso portare le persone al Palazzo dello Sport, sa il perché si oscilli tra grandi esaltazioni ed enormi depressioni. Chissà.

Ma per una volta, chi se ne frega. Come per la gatta nera di Trilussa, Roma è sempre una buona scelta. Si sa, il giovedì so’ gnocchi e per questa volta il sugo ce lo mette la Virtus ed è il piatto più buono del mondo.

Il semaforo è di nuovo verde, un’altra partita è andata, un’altra partita è vinta, con in sottofondo le note di Gigi D’Agostino e della dance anni’90 ed intorno le luci di una Roma notturna e bagnata. In attesa che tutto questo turbine di emozioni diventi un Ciclone, che si sa, quando passa, non t’avverte.

Roma di Notte non è solo una delle più grandi canzoni della storia della musica mondiale. Roma di Notte è quel qualcosa che se tifi Virtus Roma, ieri sera, hai capito un po’ di più.

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Questa notte è ancora nostra

“L’importante non è quello che trovi alla fine di una corsa.

 L’importante è quello che provi mentre corri”.

Ora una cosa me la dovete spiegare. Perché quando ci stanno i saldi tutto deve essere sempre lecito o scontato?

E quindi è giusto andare nei negozi e ritrovarsi dei mucchi selvaggi di vestiti generati da selvaggi non in grado di potersi provare una cosa senza riporla poi a posto. E’ lecito vedere gente che si aggira come galli invasi da sostanze stupefacenti in giro per gli scaffali. E’ tutto lecito e tutto, sotto saldi, è scontato.

Ed è come se le cose scontate perdano automaticamente di valore, e quindi è come se fosse giusto che finiscano nel mucchio. E invece no, anche nel mucchio e nel caos più totale, rimanere calmi e concentrati è il segreto: ed è così che riesci a trovare una bellissima maglia di Hercules al Disney Store a soli 6 euro.

E qui la domanda: la compri? Ti serve?

Come quando nel mucchio di emozioni che ti porti dietro dalla partita contro Bergamo, affronti Biella ed alla fine, trovi la vittoria: come se fosse scontata. Mancava Sandri e il fisichetto del buon Daniele avrebbe fatto parecchio comodo contro quelle montagne di Biella.

Non era scontato, viste le ultime partite, che Saccaggi giocasse una partita così. Ad un certo punto era una sfida tra Saccaggi: Lorenzo segnava, Andrea rispondeva. Che a raccontarla sembrava quel pezzo di Bianco, Rosso e Verdone in cui Mimmo girando per le tombe del cimitero di Orvieto era alla ricerca di uno col cognome che ricordasse una risata ed invece trovava Avasini Leopoldo, Avasini Giovanni, Avasini Francesco, dalla strage degli Avasini alla partita dei Saccaggi insomma: Lorenzo da tre, Andrea appoggia al tabellone, Lorenzo da tre, Saccaggi dall’angolo. Comunque, grande Andrea: 19 punti di grande carattere e per nulla scontati.

Non la trovi nel mucchio la stagione di Aristide Landi: i suoi 16 punti e 9 rimbalzi di media sono conditi da una voglia di assumersi responsabilità in momenti delicati dell’incontro che ne fanno una delle ali più forti del campionato e ne incoronano una crescita personale incredibile. E a dirla tutta, quando urla e fomenta tutti, te dico fermate.

Non è scontata la stagione di Sims. Immaginate di essere un monolocale che cammina con sessantasette di piede e che puntualmente tutti ti diano botte, che tutti abbiano da dirti qualche parola all’orecchio (non complimenti per le scarpe), e che tu debba, perché Sims segnare quei punti e prendere quei rimbalzi e che tu, puntualmente, lo faccia, anche ieri quando sembrava che nella partita qualcosa non andasse.

Dal mucchio delle aspettative prova a uscire anche Nic Moore con quel suo terzo quarto: da giocatore che poco c’entra con il resto ma che deve essere constante per essere dominante.

Hai presente quando in quei brutti mucchi selvaggi, ci metti le mani e trovi quelle meravigliose maglie con la scritta anni ’90 bellissime? Ecco i due assist di Baldasso per Sims assomigliano tanto a quelle bellissime maglie che manco Spike Lee si metterebbe ma che a te, anche solo per quella sera, ti fanno sentire il numero uno.

Una vittoria non è mai scontata, giocare con la pressione di dover vincere non è scontato. Non basta costruire una squadra forte per vincere, bisogna sapere convivere con la pressione di doverlo fare ed è questo forse che fa la differenza, alla fine.

Non è scontato passare dal disputare i playout a giocarsi la Serie A1 da protagonisti. Tutti vogliono vincere questo campionato, chi non vuole vincere?

Questo campionato è una lunga corsa, ogni partita è un’emozione a parte, che sia un successo o una delusione. E dopo ieri sera, vuoi per la vittoria con Biella, vuoi per la sconfitta di Bergamo, è ancora più emozionante. Ma adesso c’è anche Rieti, ogni volta c’è un avversario diverso o uno in più e forse è merito di chi oggi è primo essere là e non prima, demerito degli altri.

Come è che diceva Massimo Decimo Meridio? “Un soldato ha il grande vantaggio di poter guardare il suo nemico negli occhi”. Siamo in guerra, siamo in un campionato di una difficoltà disarmante ed in palio c’è qualcosa che vale tanto, non solo per il campo, ma anche per tutto quello che ci sta fuori.

Ed a questo punto l’avversario deve essere solo quello che si ha contro in campo. Il dibattito è vita, la critica è sacro santa, ma va contestualizzata. Criticare la scelta di tornare al PalaEur non ha ragione d’essere, non riempire gli spalti del  Palazzo dello Sport dopo la vittoria con Bergamo e con questa posta in palio non ha senso, arrendersi al fatto che tanto questa città è fatta così, non ha senso e non ha senso trovare sempre e per forza un qualcosa da criticare, che sia il prezzo del biglietto o il tempo che cambia.

Perché poi di Virtus Roma tutti a Roma si sentono in diritto di parlarne, tutti sanno come è Saccaggi o come ha giocato Alibegovic, o Moore come palleggia o Sims come usa il piede perno o Bucchi come allena perché magari lo hanno visto dieci anni fa. Tutti sanno ma poi la domenica qualcosa da fare ci sta sempre e perché alla fine “15 euro sono tanti”, perché onniscenza ed onnipotenza sono molto più semplici ed i tristi giorni nostri ce lo insegnano ancora più mestamente. Senza informarsi su promozioni, senza chiedersi cosa sia successo nel frattempo, senza venire alle partite e vedere con i propri occhi quello che è e quello che non è. E poi al massimo dire cosa va e cosa non va.

Ma non siete felici la domenica? Io tantissimo. Io quando vengo a vedere la mia squadra, sono davvero felice. Quelle persone, quei gesti, le scaramanzie, Bebbo che chiama in campo la squadra, i volti nuovi e quelli ritrovati,  per me sono la domenica e sono le immagini di un anno che io non so come andrà finire ma che per il solo fatto di essere là, mi emoziona. E quindi, ci si incazza contro Cassino e si gioisce da matti contro Bergamo, ma subito voltare pagina senza avere la presunzione di leggere ancora prima di finire il libro, il finale. Provando magari, a scriverlo insieme.

Niente è scontato insomma, e non è tutto lecito. Ed anche quando c’è qualcosa di scontato, non farlo sembrare qualcosa che vale di meno. Che sia una vittoria oppure una maglia.

Alla fine la maglia di Hercules l’ho comprata, a soli 6 euro: un affarone. E si, la grafica anni ’90 non proprio fatta dal vostro visionario imbattibile. Ma bellissima.

E ce l’avevo ieri durante la partita ed alla fine era sudata come la maglia di Molinari, che ha corso per tutta Roma per andare sotto casa di chi era innamorato. Ed alla fine?

“Vedi, Molinari… Luca… l’importante non è quello che trovi alla fine di una corsa. L’importante è quello che provi mentre corri”.

Vi rivelo un segreto, certe sere quando torno a casa ascolto Notte Prima degli Esami e la canto. Ci sono legato, chiedetelo a Giulia, la mia migliore amica.

E non so cosa ci sarà alla fine di questa stagione, di questa corsa ma sento forte e chiaro quello che provo durante la corsa.

Si, questa notte è ancora nostra.  E ve lo assicuro, non è scontato per niente.

 

 

 

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Borotalco

Per chi l’ha vista,

per chi non c’era.

Per chi, quel giorno lì, inseguiva una sua chimera.

 

La paura, la rabbia, le parole, i canestri, gli errori, il timore di non vincerla, l’emozione, la vittoria, la voce che non c’è più, una stanchezza meravigliosamente bella, una fantastica goduria, una domenica così.

Tutto questo solo per una partita? Si, tutto questo solo per una partita. Importante certo, ma pur sempre una partita.  E quindi? Non si può essere contenti per una partita, anche se importante? Si, si può.

Virtus Roma contro Bergamo: la lotta per il primo posto in classifica (che vale l’accesso diretto in A1), la voglia di vendicare la brutta sconfitta dell’andata, una partita che tutti volevano vincere e che alla fine si è vinto. Una bellissima partita, quattro quarti ed uno supplementare, un sacco di cose fatte bene, altre fatte male: una grande vittoria.

E che titolo si da ad una giornata così? “Buona domenica”, quel giorno da aspettare come canta Venditti? Mmm, no. Beh allora perché non “Chiedimi se sono felice”, e quella pallina che non si può fermare raccontata da Aldo, Giovanni e Giacomo? No, non convince nemmeno questo.

Ok, ci sono, ho trovato quello giusto: “Borotalco”. Non è troppo? Però è un punto di partenza.

Ma che c’entra? Fidate, lascia fa’. Innanzitutto, un buon motivo potrebbe essere che nella squadra avversaria ci giocavano due che avevano come cognome, Sergio e Benvenuti, e quindi (come suggerisce Giancarlo Migliola), l’associazione dovrebbe essere automatica.

Ma c’è di più. Pensate di essere in ansia per una partita ed in una domenica di pioggia di salire in macchina e di accendere la radio ed il primo pezzo che esce fuori dalla riproduzione casuale della vostra pennetta, fosse proprio “La Settima Luna”, di Lucio Dalla. Ed allora il pensiero non può non andare a quella scena iniziale di quel capolavoro interpretato da Carlo Verdone e da una delle donne più belle che una macchina da presa abbia mai visto, una come Eleonora Giorgi. Non si può non pensare a Sergio Benvenuti, ai suoi timori, alla sua timidezza, alle sue paure, alla sua follia, alla sua genialità, alla sua umanità, a quella unica e meravigliosa ultima scena, in cui rincontrando Nadia Vandelli, tutto sembra essere fantastico.

Ecco tornando a casa, prima d’entrare nel portone, questa sera, ci si sente un po’ come Sergio Benventi, ci si sente un po’ Manuel Fantoni.

Ci si sente un po’ invincibili, un po’ tanto felici, un po’ protagonisti di una storia che nessun altro può capire, un po’ padroni di un cuore grande quasi tremila volte, tanti quanti quelli che battevano durante la partita.

Scarica la tensione Piero Bucchi, una stanchezza felice. E’ felice Marco Santiangeli, oggi autore di una bella prova, una di quelle che può sbloccare una stagione sino ad oggi piena di ombre.

Aristide invece è Landi ed oggi è uno dei migliori di questo campionato: oggi, ancora una volta è l’autore di una prova incredibile per canestri pesanti e per impatto. La difesa è Sandri e qualcosa ne sa Roderick, la sicurezza è Sims: la partita contro Bergamo ha sancito la dimensione di un giocatore grande. I suoi compagni lo cercano come appoggio, forse troppo, e lui seppur raddoppiato e triplicato, sposta gli equilibri dal post basso, un metronomone di tanti centimetri ed altrettanti chili.

Male Moore, l’esterno americano sta faticando e non poco. E’ bloccato in un momento di difficoltà in cui non riesce a prendere il metro della partita e rimane indietro e quando prova ad entrarci, spesso, è troppo tardi.

Ma aldilà dei canestri dei Landi, del nuovo impatto di Santiangeli, quello che rende ancora più felici è che quando sembrava, dopo un canestro di Taylor nel finale, che i fantasmi di Cassino si stessero riaffacciando, gli occhi di una squadra che sembrava aver paura di non riuscire a vincerla, si sono trasformati e sono valsi il successo finale.

Aleggia quella strana sensazione che questo tipo di partite, altre volte, non le avresti vinte. Le sensazioni che rimangono sono un sorriso infinito ed un’adrenalina che si ricarica minuto dopo minuto.

Una bella vittoria, una grande vittoria, una da urlo.

Una di quelle domeniche in cui sei un po’ Sergio Benvenuti ed un po’ Manuel Fantoni.

Una di quelle domeniche che rimarranno negli occhi per chi l’ha vista, anche per chi non c’era, per chi in una giornata di tifo ha lottato con una sua personalissima chimera. Una domenica che appartiene a tutti, ma solo a chi davvero vuole che gli appartenga.

Un giorno di festa, non di polemiche per biglietti e per il loro costo, non per quello e non per quell’altro. Solo e semplicemente, un giorno di festa.

Non era la settima luna, è la diciassettesima. Una da luna park, da scimmioni che si aggirano da una giostra ad un bar, mentre angeli di Dio bestemmiano facendo sforzi di petto. Una di quelle in cui la Virtus Roma, ha vinto. Una di quelle in cui la banda ha suonato il rock.

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Le piccole cose

Benedetti siano gli istanti,

e i millimetri, e le ombre

delle piccole cose.

 

 

 

Si, sono davvero le piccole cose che fanno la differenza.

E’ stata una partita brutta ma che bisognava vincere ed alla fine, si è vinto. Il resto, almeno oggi, conta poco. Che poi qualcuno ha detto che non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace.

Ed a chiunque piace vincere, oggi è stato bello. Però in fondo è anche vero che ci sono cose che oggettivamente sono belle, proprio perché belle, e della partita di oggi restano poche cose che si possono definire oggettivamente belle.

Non di certo la difesa che diciamo non è stata proprio l’arma che ha permesso alla Virtus di portarsi a casa la vittoria. In effetti quello che si è visto nella metà campo dei ragazzi di Roma oggi è stato a tratti inspiegabile, non per Bucchi però che ha ammesso come la squadra stia vivendo un momento, di quelli che capitano durante il corso di una stagione, di flessione fisica. Piccoli momenti, pericolosi, che possono fare la differenza.

Ed oggi a tratti hanno rischiato di farla la differenza, in maniera negativa. Ma ci sono cose, come dicevamo, che sono oggettivamente belle: ad esempio, la prestazione di Sims. Quello che sta facendo il ragazzone con la maglia #21 non è così scontato e banale: non è semplice scendere di categoria ed automaticamente “dominare” un campionato, ma lui lo sta facendo, cambiando tante piccole cose che in questo momento, difficile, fanno la differenza. Non il suo rendimento (anche oggi una doppia/doppia da 26 punti e 15 rimbalzi) ma per esempio le sue reazioni e la gestione del corpo durante il match: sempre raddoppiato ed a tratti triplicato non è diminuito il numero di contatti subito e se prima bastava davvero poco per fargli perdere la calma, oggi è il pilastro, tecnico ed emotivo che la squadra cerca e trova quando le cose si fanno difficili.

Oggettivamente bello è il campionato di Aristide Landi, anche oggi tra i migliori, non solo per i punti ma per il tipo di atteggiamento che ha messo in campo e che mette costantemente nelle partite. Si prende responsabilità e parla da leader, ha cambiato il suo corpo, è cambiata la sua vita diventando papà, tante piccole grandi cose, che fanno la differenza. Si è levato la maschera.

Una stretta di mano può fare la differenza, come quella tra un allenatore ed il suo lungo dopo il fischio di un fallo tecnico, come quella tra Bucchi e Sims. Apparentemente banale ma che per un giocatore vuol dire tanto, che fa capire che non si è soli. Uno sfondamento subito, un recupero difensivo, un urlo verso il pubblico, fanno la differenza: chiedetelo a Massimo Chessa, che sta interpretando quella veste da “capitano” in maniera piena ed umile. C’è chi le chiama “piccole cose”.

Baldasso sta cambiando le sue piccole cose: le facce dello scorso anno, le cose sbagliate, oggi sono giuste. Ed oggi è stato un elemento importante della vittoria, con canestri importanti, con i suoi errori difensivi e con la voglia di prendersi responsabilità. Tante piccole cose che sommate oggi fanno una differenza importante, non solo per lui, ma per tutta la squadra.

Fanno la differenza anche per Nic Moore, oggi non brillante. Da un paio di partite a questa parte il rendimento del giocatore è sotto le aspettative ma il suo valore non si discute. E’ bello vederlo giocare in coppia con Baldasso: sarà che il giovane Tommy è in grado di levargli oneri da playmaker e così Moore riesce a spaziare di più nel ruolo di guardia, prendendo quel ritmo che a volte non trova nel cercare di mettere in gioco i suoi compagni. Piccole cose, che fanno la differenza.

Le paure durante una partita sono tante, sono tante e piccole e si sommano e si alternano a quei tanti momenti di gioia, alle parole per raccontare, ai gesti per descriverla. Cosa sono due punti in fondo? Sono una piccola parte rispetto a tutti quelli a disposizione durante un campionato. Ma i due punti di oggi, seppur piccoli, fanno la differenza: sono una risposta a quelli persi contro Cassino, sono una spinta a quelli da prendere domenica, in una sfida di devastante importanza con Bergamo.

E pensare che le piccole formiche sono in grado di sollevare pesi di dieci volti superiori al loro, però ce la fanno e nel loro essere minuscole, nel loro ambiente fanno la differenza. La capacità di saper sopportare pesi e difficoltà, nel corso di una stagione, fa la differenza tra una squadra in grado di arrivare sino all’ultimo, da quelle che invece non ce la fanno.

Un peso alla volta, una difficoltà alla volta, una partita alla volta. Certo difendendo come oggi si fa tutto complicato, se non impossibile ma la voglia di oggi e le piccole cose della partita vinta con Latina, quelle si che possono fare davvero la differenza, cosa che non hanno fatto nella partita contro Cassino e che invece dovranno farla contro Bergamo.

Un chicco di riso può far pendere la bilancia da una parte o dall’altra, un canestro può valere una vittoria, una brutta difesa anche se non di più.

Insomma, oggi non è stata una grande partita ma è stata una vittoria. E questo, conta. Una piccola, grande vittoria.

Una piccola, grande, emozione. Di quelle che fanno la differenza.

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Imbuto Cosmico

“Quando lavoro al circolo dei miei mi capita di

sentire le chiacchere dei vecchi…

Ci sono quelli che parlano del tempo e quelli che raccontano le storie,

devi vedere come se le ricordano, a loro gli si illuminano gli occhi.

 A quelli che parlano del tempo, invece, gli occhi non gli si illuminano”

 

 

Come si inizia un pezzo dopo che hai perso contro l’ultima in classifica che aveva due punti e ora ne ha quattro (perché due li ha appena conquistati contro di te) ed in conferenza stampa un dirigente di Cassino dice: “Oggi noi dobbiamo essere orgogliosi: questa è una vittoria storica, siamo nati otto anni fa mentre i nostri avversari, di cui sono un gran tifoso, erano in A1…” ? Come si inizia?

La nottata doveva passare: per metabolizzare l’amarezza e per avviare le procedure di disgelo, vista la tenera temperatura di queste giornate, che fuori dall’impianto di Frosinone, era ancora peggio.

Ed il freddo che c’era prima, dentro e fuori dal campo, era diventato in men che non si dica, gelo. E se il gelo non lo combatti, ti uccide: la partita di ieri, purtroppo o per fortuna (dipende dai punti di vista) sancisce un punto di non ritorno.

Una squadra che ha l’ambizione di vincere il campionato e di garantirsi il ritorno in serie A1 non può perdere contro l’ultima in classifica, una squadra che ha l’ambizione di vincere il campionato e di garantirsi il ritorno in serie A1 non può avere un atteggiamento difensivo come quello di ieri sera, non può decidere di iniziare in maniera “soft” le partite, non può, una volta andata in vantaggio, non può non mostrare in campo la voglia di uccidere (sportivamente parlando) l’avversario, non può permettere (ma tanto di cappello a Castelluccia) ad un giocatore che viaggia a 6.6 di media, di farne 18.

C’è poi il più classico dei “E come ti sbagli” a dare quel tocco di classico ad una serata disgraziata: come ti sbagli che Mike Hall va a Cassino proprio quando gioca contro Roma? Come ti sbagli che Pepper tira fuori una prestazione ai limiti della tripla doppia proprio contro di te? Sono solo sciocchezze, perché di certo non è colpa della scaramanzia se Roma ha perso, certo che però.

Ascoltando le previsioni del tempo sembra proprio che dalla prossima settimana la situazione dovrebbe migliorare e che le temperature si dovrebbero rialzare. Chi si deve rialzare è la Virtus Roma che con il simpatico pomeriggio di Cassino si è giocata il bonus: ora ci sono in successione Latina (mercoledì, ore 20.30), Bergamo (domenica pomeriggio) e poi Biella e classifica alla mano, non serve aggiungere altro.

La voglia di vincere il campionato della Virtus Roma deve essere più forte della voglia di tutte le altre. Certo, esistono anche gli avversari e ce ne si è accorti ieri, in cui la voglia di “salvezza” è stata più forte della motivazione di una squadra di altissima classifica e questo non può essere.

In fondo il campionato è un viaggio ed è appena iniziato il tragitto di ritorno. Battisti avrebbe detto che meglio certo di buttare, è riparare: il campionato è ancora lungo e per quanto possa sembrare un luogo comune, nulla è scontato, ma vincere aiuta a vincere.

Cassino con Mike Hall assume un’altra veste e non sarà quella del girone d’andata, Legnano aggiunge Thomas, Tortona ha cambiato entrambi gli americani, insomma giocare la schedina nel weekend potrebbe essere non così semplice e proprio in questa “incertezza”, ciò che si vuole sia certo bisogna ritrovarlo in se stessi: in fondo le cose o son certe o sono supposte.

Quello che è certo è che non è che vincendo si è fenomeni e se si perde (anche contro l’ultima) allora la squadra è da buttare, quello che è certo è che ieri in attacco la squadra si è appoggiata del tutto su Sims e Moore e le palle perse si sono sentite, che difensivamente non si è retto il primo passo di nessuno.

Pesa e non poco quello 0 accanto ai punti realizzati da Marco Santiangeli. E’ chiaro che l’esterno, pensato come ala titolare della squadra, sta faticando e non poco in questa stagione ed il suo rendimento è molto al di sotto delle aspettative, e che non appartengono a Santiangeli tiri come quelli di ieri, che dentro hanno più paura e pesantezza mentale, che altro. Certo, ieri rientrava dopo un periodo di guai fisici ma anche prima non è che le cose andassero meglio, bisogna solo riflettere a questo punto se per lo staff tecnico vale la pena aspettare un giocatore che ha indubbie qualità, mostrate negli scorsi anni (e spesso contro la Virtus) oppure puntare su qualcuno che possa dare punti pronti all’uso. Insomma, come direbbe proprio quel Battisti, capire se vale la pena “riparare”.

E’ stata una bella batosta, una bella botta, di freddo e non solo, che sempre purtroppo o per fortuna, può essere cancellata già mercoledì contro Latina per uscire da quello che ne “I Laureati” veniva chiamato “Imbuto Cosmico”.

“Chiamasi – imbuto cosmico-  quel silenzio che si crea quando l ansia e l angoscia fanno abbassare il tiro della serata. Unica soluzione, alzare subito il volume”

Chiedere di non essere arrabbiati? No, oggi non si può.  Chiedere di non aver paura? No, oggi non si può.  Chiedere di non sentire le proprie sicurezze traballare? Oggi è un po’ difficile. Ammesso che sentirsi così forse non sia più giusto (perché poi ognuno ha il diritto di sentirsi come meglio crede) dal  lasciarsi prendere dal disfattismo più profondo. Come anche forse è vagamente eccessivo chiedere la cacciata di Bucchi ed addossare, in certi casi, tutta la responsabilità su di lui.

E’ chiaro che lui sia il coach di questa squadra e la responsabilità di chi scende in campo passi per le sue scelte, ma Bucchi allena la stessa squadra che ad esempio, vince contro Latina o contro Biella (tanto per citare due nomi non a caso) e che perde contro Bergamo e contro Cassino (sempre nomi casuali). Ieri non perde solo Bucchi, perdono tutti e non penso che né lui, né nessuno, fosse felice. Quindi in occasioni nefaste come quella di ieri una bella assunzione di responsabilità generale è la cosa migliore, ma questo non toglie che alcuni dati Bucchi dovrà analizzarli e li analizzerà e che ora, che è un momento di difficoltà, è lui che deve dare qualcosa di più, nei momenti in cui il pubblico non c’è, in settimana.

La soluzione c’è: alzare subito il volume e dare tutto per vincere le partite contro Latina, contro Bergamo e contro Biella, che al netto di tutto, valgono un certo tipo di stagione, quel tipo di stagione che fa credere alla promozione diretta in A1. Perché deve essere chiaro: perderle non vorrebbe dire finire la stagione ad Aprile, vorrebbe dire andare ai playoff, che a sua volta assumerebbe un tipo di significato ulteriore e genererebbe altre domande, riferenti al campo ed a fuori dal campo, che ora non è il momento di porsi.

Ed oggi il cielo di Roma, come spesso gli accade, non mente mai e con un grigio plumbeo appesantisce la città. Però le cose sono due: rimanere a guardare il cielo grigio e parlare del tempo che farà domani, sperando che esca il sole oppure crearselo da soli, il sole.

Decidere se essere come quegli anziani con gli occhi spenti o come quelli che ce li hanno illuminati. Tutti: giocatori, allenatori, tifosi, dirigenti. Perché poi magari, tra un bel po’ di anni, queste prossime partite, si potranno raccontare come tante altre, come quel giorno di nuvole o di pioggia o di sole, in una stagione anonima, o far parte di un racconto di quelli che illuminano gli occhi.

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Chi è prigioniero, muore.

“Io sogno le strade che portano al mare

chi è prigioniero e invece muore”

 

 

Il sole su Roma è ancora più bello. Anche quando ti acceca, è ancora più bello.

Come ieri, quando su certe vie, in ogni quartiere esplodeva in tutta la sua luminosità e non bastavano nemmeno gli occhiali da sole per riuscire a vedere la strada. Che poi diventa ancora più bello quando alla prima curva quello stesso meraviglioso sole, si sposta su un lato, ed allora illumina dei panorami unici al mondo e colora i tetti di arancione.

Ieri la Cristoforo Colombo (la via che collega il centro con il Palazzo dello Sport) era inondata da un sole prepotente che alla prima curva pennellava giochi di colore incredibili su panorami imponenti.

Si doveva vincere e si è vinto, menomale. E non senza fatica, peccato che Tortona abbia perso al tempo supplementare contro Bergamo, ma la strada è ancora lunga, per tutti.

Siamo al classico giro di boa ed alla fine del girone d’andata la Virtus Roma è al secondo posto (a pari punti con Bergamo e con scontro diretto a sfavore) con quattro sconfitte all’attivo. C’è anche la Coppa Italia, dove l’avversaria il prossimo inizio di Marzo sarà la Verona dell’ex Luca Dalmonte.

E che piaccia oppure no, l’Epifania tutte le feste si porta via. E quindi da ieri, punto e a capo.

Perché la forza di una squadra e la consapevolezza di voler essere una squadra in grado di poter fare qualcosa di importante sta non soltanto nel riuscire a programmare questo obiettivo sul lungo periodo ma sta anche nel saper concentrare le energie nel breve periodo, nel classico partita dopo partita. Ma forse ancora di più: tempo dopo tempo, quarto dopo quarto.

La partita di ieri insegna proprio questo, mai dare per scontato proprio nulla, mai sacrificare e sottovalutare l’importanza del momento che si vive. Anche perché se questa stagione ci ha insegnato qualcosa è che nulla è scontato nel campionato di Serie A2 e nulla sarà scontato ancor di più per la Virtus Roma contro le quali, per forza e per il nome che porta, le squadre avversarie daranno sempre qualcosa in più.

E quindi una difesa come quella di ieri nel primo tempo, non può esistere se si vuole vincere questa corrida. Perché quando necessario bisogna andare contro anche la propria stessa natura o struttura a volte se si vuole portare a casa un risultato, una vittoria. E dopo un primo tempo da dimenticare, con una difesa da cancellare, il secondo tempo è stato uno di quelli di chi la partita la voleva vincere e lo ha fatto toccando quota 100, segnato da Daniele Sandri che a detta del gentil Saccaggi, porterà non solo i classici prodotti di pasticceria ma anche un po’ di salato.

E diciamocelo care amiche e cari amici, il salato batte il dolce 3-0. Essù.

Quindi alla luce di quanto visto ieri dentro la calza un po’ di carbone è necessario metterlo. Per quanto possa essere paradossale io ho sempre sperato di trovare un po’ di carbone: non è Befana senza di lui.

E non è 6 Gennaio se non si va a Piazza Navona a vedere il volo proprio di quella Befana che proprio con la sua scopa, tutte le feste si porta dietro con sé.

Non si porta via il freddo che rimane a farci compagnia e ce ne farà ancora di più contro Cassino. Eh si, il campo di gioco di Frosinone non è il classico posto in cui allevare animali tropicali, quindi una magliettina pesante mettetela, nel dubbio. Ed i giocatori dovranno mettere la maglia delle grandi occasioni perché regalare un tempo, come contro Legnano, non dovrà accadere. Ora è il momento di non sbagliare, le prossime cinque partite hanno il sapore di qualcosa tanto di importante quanto di difficile: Cassino dunque, poi Latina (terza in classifica ed in Coppa Italia), la super sfida con Bergamo e poi Biella ed Eurobasket.

La vecchina con il lungo naso non si porta nemmeno via l’inguaribile ottimismo di certi romani, che manco il sole di ieri si sono riusciti a godere perché “’Sto sole t’acceca, non se vede niente”. La pioggia vi meritate che con le buche e l’immondizia di questi giorni si abbina di meraviglia.

E così se vinci contro Legnano ma giochi un primo tempo così, è chiaro che non puoi sperare di vincere il campionato. Quindi care amiche e cari amici, non vi create illusioni, che avreste dovuto capirlo anche dopo Scafati. Quindi stop alle illusioni e se provate ad essere inguaribili ottimisti, finitela prima di subito. Ok?

E’ così per ogni cosa e sarà per sempre così, dopo ogni sconfitta e dopo ogni vittoria. Ah, piccola parentesi, così giusto per mettere le mani avanti: vincere o perdere con Bergamo non vorrà dire aver vinto o aver perso il campionato.

Dicevamo, è così e lo sarà sempre. Ci sarà sempre qualcosa che non va, una vittoria che non si dovrà esaltare, un giocatore criticato che non si potrà elogiare, una sconfitta da ritirare fuori e di cui dover riparlare, una cosa da criticare, quando a volte basterebbe essere felici per vivere una stagione, dopo tempo, da protagonisti.

Ieri si è vinto, si è inondato il parquet di pupazzi che andranno a regalare un sorriso a bambini che loro sì che dovrebbero essere vagamente alterati e invece non lo sono e come tutti i bambini, ci credono.

Credono alle cose belle, credono in quello che gli porterà Babbo Natale, in quello che gli metterà la Befana dentro la calza, nella schiacciata che farà Sims, nel gioco in palleggio di Moore che è piccino come loro (anche se ha il braccio di un orso), che mentre i grandi borbottano, loro battono le mani e urlano “Vai Moore, vai Sandri, tira Chessa…”, che non aspettano altro che dargli il cinque a fine partita.

Alzare le braccia dopo una vittoria e basta. Essere felici e basta, che oggi fuori c’è il sole. Che chi è prigioniero, muore.

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Buona fine e buon principio

Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico

E come sono contento di essere qui in questo momento

Vedi, vedi, vedi, vedi

Vedi caro amico cosa si deve inventare

Per poter riderci sopra

Per continuare a sperare

E se quest’anno poi passasse in un istante

Vedi amico mio come diventa importante

Che in questo istante ci sia anch’io

L’anno che sta arrivando tra un anno passerà

Io mi sto preparando

È questa la novità

 

E’ abbastanza evidente che a tutti sarebbe piaciuto chiudere l’anno con una vittoria. E’ altrettanto evidente che se Aaron Thomas non mette quel tiro, Scafati non vince la partita. E’ altrettanto vero poi che se a Baldasso non viene sanzionato quel fallo antisportivo, Thomas quel tiro non lo prende e Roma probabilmente vince la partita.

Aaron, Aaron mio, bella la boiserie, bello tutto ma permetti che semo ancora ‘npo “arrabbiati”? Ce ne avessi messo uno di tiri così lo scorso anno, ma non ti preoccupare, è la classica storia degli ex che giocano contro Roma. Siamo abituati.

Roma ha toppato l’intero primo quarto e questo nell’economia generale della partita ha pesato e non poco. Poi come al solito è stata brava a saper recuperare ed a voler rimanere dentro l’incontro e ieri, più di altre volte, come altre volte, si è capito il peso di avere due americani così in squadra: la partita di Sims è mostruosa, quella di Nic Moore nel solo quarto periodo (purtroppo) è di altro livello.

Oggi il colpevole è Baldasso, reo di aver commesso il fallo antisportivo che ha poi generato il finale letale.

Parli l’accusa. Baldasso mostra in maniera troppo plateale, in un momento così delicato, qualcosa che andava gestito in maniera differente, con più esperienza. In sintesi: è stato ingenuo.

Parli la difesa. Fischiare quel fallo antisportivo per quanto giusto possa essere, è un esercizio estremamente rigoroso ed a quanto pare in certe situazioni, di solito, si cerca di “non fischiare”. Il dubbio che viene è perché quella stessa identica e rigorosa applicazione di ciò che era giusto fischiare non è stata usata anche nel caso del primo tiro libero di Sims, che di certo non sarà il miglior tiratore della lunetta del campionato, ma tirarli in quelle condizioni, forse è stato vagamente eccessivo. Farlo ripetere sarebbe stato giusto ma gli arbitri, forse, hanno ritenuto giusto, che in quelle condizioni ambientali, forse, era meglio non far ripetere quanto andava fatto ripetere.

E la sentenza? Né vinti e né vincitori, non servono ghigliottine in mezzo ad una piazza per tagliare una testa, non serve. La verità è che nell’economia di questa stagione Baldasso te ne ha fatte vincere due o tre e ieri ha commesso un errore, che fa vagamente imbufalire, ma è un errore. E per tornare a monte, Thomas deve segnare quel canestro. Prima ci si dimentica quello che è successo le scorse stagioni, meglio sarà.

Quello che resta, più della rabbia, è l’amarezza, quella che i Tiromancino avrebbero chiamato “La descrizione di un attimo”. Perché quest’anno ci si gioca qualcosa di davvero importante e ogni due punti presi e di conseguenza ogni due punti persi, pesano tantissimo. E’ incredibile come però ad ogni vittoria e ad ogni sconfitta si viva o di enormi o di enormi depressioni.

Se si vince, allora è serie A. Se si perde, è finito tutto, buttate via sogni e speranze e via così. Perché, io mi domando il perché. Quale è la ragione dietro ad un atteggiamento del genere?

Partire dalla fine della partita di ieri per generare un nuovo principio che parte dal giorno della Befana, contro Legnano, perché se qualcuno non lo avesse capito, ci si gioca l’accesso diretto ed il ritorno in Serie A1.

Insomma, buona fine e buon principio. E se per qualcuno l’anno vecchio è finito ormai e qualcosa ancora non va, io mi sto preparando a vivere in maniera importante qualcosa che potrebbe essere magico. E se quel qualcuno vuole, noi inguaribili entusiasti, siamo qua. Ridiamoci e continuiamo a sperare e speriamo che quest’anno passi in un istante.

Buon anno.

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Buon Natale

“Un tempo quasi tutti i miei amici udivano la campanella, ma col passare degli anni divenne muta, per tutti loro. Anche Sara, un Natale, scoprì di non riuscire più a sentire quel dolce suono. Sebbene adulto la campanella ancora suona per me e per tutti coloro che sinceramente credono!”

Chissà se ha ragione quel detto che dice che a Natale siamo tutti più buoni. Di sicuro, questa sera, ha ragione il campo nel dire che la Virtus Roma, a Natale, è sicuramente più brava.

Battere Treviglio, in questa maniera, non era per nulla scontato. Una partita durata quindici minuti, una chiara prova di forza legittimata e testimoniata dal punteggio.

Chiaro è stato il dominio di Sims, una prova di brutale impatto, fisico e tecnico, soprattutto quando l’area si è chiusa. Ed in quel momento il gigante capitolino non si è incaponito nel cercare soluzioni interne ma con scelte di pregevole valore, ha portato i suoi avversari fuori dall’area e da lì, ha avuto la meglio.

Oggi il Natale in casa di Nic(k) Moore si fa sentire un po’ di più: il folletto (si, il Natale sta prendendo il sopravvento) è diventato papà e quindi gli auguri per lui sono doppi ed anche tripli, ma quadrupli per la sua compagna e per il loro piccolo. E si fa sentire, questo Natale, ancora di più, anche sul campo: una nuova selezione di scelte e più fiducia e guarda caso, più canestri ed un ruolo diverso sul campo, che con Baldasso o Saccaggi è ancora meglio se sono loro a portare palla.

Ma la grande vittoria di oggi è quella di squadra. Il sacrificare una buona scelta per una migliore ha regalato sprazzi di meravigliosa pallacanestro, ognuno ha contribuito ad addobbare l’albero (si, oramai ci sto dentro al Natale) di questa vittoria con il canestro al momento giusto e con il giusto atteggiamento.

Basti vedere le prove di Alibegovic, Baldasso e Saccaggi, basti pensare che Bucchi solo oggi si è riseduto nel corso di una partita: l’ultima volta era stata Bergamo, quindi abbiamo capito che Bucchi si siede o sopra di tanto o sotto di tanto. Delle due, l’una.

Sandri, Landi e Chessa ci sono sempre: con esperienza e responsabilità. Non si offenderanno i primi due se il puntale in cima all’albero lo facciamo mettere all’ultimo, a Chessa. Lo spirito del capitano virtussino di questa stagione gli consegna, in questa partita, aldilà dei punti, il titolo di migliore in campo: ha accettato un ruolo diverso e sta rispettando quello che gli ha chiesto il suo coach con una professionalità meravigliosa. Con passaggi, con canestri importanti, con la difesa, con la faccia giusta.

E allora Buon Natale, perché la Virtus ha vinto ancora ed è ancora prima in classifica e la Coppa Italia è vicina tanto così.

Buon Natale perché le campanelle della festa era qualche anno che non si udivano più, mentre oggi, suonano forte e chiaro e suonano a festa in casa Virtus Roma.

E oggi il suono delle campanelle di Natale per qualcuno si sente un po’ di meno, coperto dal silenzioso frastuono del dolore. Per esempio, per la compagna e gli affetti di chi ha perso qualcuno di molto caro. La speranza è che quel rispettoso ed intimo silenzio interrotto solo dal decimo punto realizzato e da quel lungo applauso, possano anche solo per un secondo allontanare i pensieri più tristi.

Dice quel tale di quel film che i bambini le campane del Natale le sentono ogni volta, le sentono forte e chiaro, la loro innocenza, il loro entusiasmo disegna questa festa proprio per loro. Ma per gli adulti c’è ancora speranza: se ci credi, le campane del Natale, suonano.

Ed allora, perché si vince, perché si è primi in classifica, bisogna crederci. E forza, che quelle campanelle torneranno a suonare per chi c’è sempre stato, per chi si è allontanato, per chi era arrabbiato, per chi lo è ancora. Perché alla fine c’è bisogno di tutti. Un solo anello pieno, è ancora poco.

Si, quest’anno vale davvero la pena crederci. Un Natale da primi in classifica, ce lo meritiamo.

Ed allora, Buon Natale.

Che tanto (per fortuna ?) tra sette giorni si rigioca.

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