MRinnovabili Agrigento-Virtus Roma, le pagelle: Moore 34 carati, Sims sparecchia. Baldasso c’è

Alibegovic 6: Qualche segnale di ripresa dopo settimane di opacità. Segna due canestri pesanti, ma le cifre non spiegano bene la ritrovata intensità di un giocatore che serve assolutamente per il suo apporto di energia e presenza sotto canestro.

Lucarelli ng: Stavolta il ragazzo non entra in campo.

Chessa 5: Condizionato dai falli, il capitano non riesce a contribuire ad un successo prezioso per la squadra. Serata storta, non mancheranno le occasioni per rifarsi.

Moore 9: Quarantacinque (quattro + cinque) di valutazione a corredo di una serata sontuosa. 34 punti, 5 rimbalzi e 6 assist sintetizzano al meglio una gara che decide quasi da solo. Costante per tutti i 35 minuti in campo, risponde così alle critiche piovutegli addosso da più parti. Talento puro, se riuscisse a non staccare mai la spina la Virtus avrebbe fatto bingo.

Sandri 6.5: Così come Chessa, anche lui entra nelle mire dei fischietti che lo penalizzano con falli a volte inesistenti. Limitato nell’aggressività, tira comunque bene e i suoi 9 punti sono oro in una gara così aperta ed indecisa.

Baldasso 7: Non smazza il solito numero di assist ma realizza dei canestri di un enorme peso specifico, soprattutto dalla lunga distanza. Con un Moore così in forma non si limita a fare da scudiero al Folletto ma, anzi, si prende una buona fetta di merito per un successo determinato anche dall’ottima vena del ragazzo che gioca un finale di gara di grande maturità.

Saccaggi 6: Sta pian piano riguadagnando una forma accettabile, ritagliandosi minuti importanti all’interno di un roster ricco di soluzioni. Ci vorrà ancora qualche partita perché il rodaggio sia ultimato, ma ad Agrigento riesce comunque a piazzare una tripla importante e farsi notare per l’enorme quantità di energia difensiva.

Landi 6.5: Limitato dalla maschera a protezione del naso, operato venerdì, gioca una gara encomiabile dal punto di vista della voglia di fare a sportellate. Si butta su ogni pallone e ha la forza di catturare 8 rimbalzi, limitando spesso il diretto avversario. Lo specchio di uno spirito di squadra molto saldo.

Sims 7.5: Oramai la tattica avversaria è sempre la stessa: botte, tante, paroline poco dolci, di più. Scherzare col fuoco però è pericoloso, perchè Django poi si inferocisce e comincia a spazzare via tutto e tutti. 17 punti, 15 rimbalzi e, nel finale di partita, un senso di onnipotenza tecnica e fisica che per il pubblico virtussino è dolce nettare mentre per i rivali sa di aspro veleno.

Santiangeli 5.5: Ancora una volta in quintetto, parte benissimo per poi uscire lentamente dalla partita. Fisicamente è una presenza, ma tira poco e male dal campo, perdendo in più 4 palloni. Il valore del ragazzo c’è, deve solo capire al meglio come poter aiutare di più i compagni.

All. Bucchi 7: Prepara bene la gara, lavoro non facile viste le due sconfitte consecutive. Esce con una vittoria da una trasferta scorbutica, con ancora problemi di condizione di alcuni giocatori. Trova soluzioni dalla panchina anche nei momenti più tirati del match, lasciando poi libertà d’azione ad un Moore che ha messo il vestito buono. Emerge sempre la voglia di lottare di un gruppo che non si arrende nelle difficoltà e si esalta quando le cose girano. La sua mano si vede.

Calma

E sangue freddo.

Battuta banale, vero.  Ma non è altrettanto banale e forse prematuro lanciarsi in processi ora?

Vi è mai capitato che i vostri genitori, i vostri nonni, vi dicessero di contare fino a dieci prima di parlare o di fare qualunque altra cosa?

Ecco, è il momento di fermarsi un secondo e contare fino a dieci, per capire cosa va e cosa invece, non va.

E’ abbastanza evidente che le squadre si costruiscono non solo nelle vittorie ma allo stesso modo, anche nelle sconfitte. E’ abbastanza evidente che è meglio costruirle nelle vittorie che invece, nelle sconfitte. Ma in un campionato lungo, due sconfitte consecutive, sono un indicatore e non un allarme.

La partita di ieri Roma l’ha persa perché il suo avversario ha dimostrato più voglia di vincerla e perché Roma non è stata brava a sapere “uccidere” il proprio avversario, quando ha potuto. Aveva rimontato ed era andata in vantaggio e poi Siena, in versione smart e veloce, con le triple ed aprendo il campo l’ha vinta (41% contro 30%).

Quello che davvero risulta difficile capire è perché, dopo una sconfitta, non si possa analizzare la singola partita e quello che è successo al suo interno, e sia necessario invece piazzare la ghigliottina al centro della piazza e tagliare per forza delle teste. Calma.

Poco da dire, ieri non è colpa di Bucchi o di Moore, o di Santiangeli o di Saccaggi (tanto per citare i quattro nomi più gettonati tra i tifosi) ma semplicemente, come con Rieti, ha vinto la squadra che come detto prima, ha avuto maggior voglia di portarsela a casa. Con una “botta” di più, con due parole di più, con qualcosa in più, che nulla a che vedere con le qualità tecniche, su cui Roma ha poco a cui competere con il 99% delle avversarie di questo campionato.

Ma con Siena, come con Rieti, la tecnica non è bastata. Non chiedete a Daniele Adani (ex calciatore, commenatore sky e sudamericanologo) cosa è mancato che sarebbe pericoloso, ma potrebbe essere quella cosa che associata alla tecnica, rende quest’ultima un’arma letale. Ed è quella stessa cosa che ha permesso a questa squadra di vincerne qualcuna in questo campionato, e che ieri non è che sia mancata, è che non c’è stata abbastanza.

La fortuna di avere due americani come Moore e Sims ed un gruppo italiani del genere permette a questa squadra di non doversi porre il problema per forza se debbano essere gli americani a trascinare gli italiani o gli italiani a dover far accendere gli americani.

Questa qualità diffusa fa sì che, come accade per tante squadre della categoria, sul campo non si debba assistere ad una sorta di governo di due consoli, ma ad una democrazia, che può tirannicamente affermare la sua forza. Con equilibri e gerarchie, che quando si è forti, è ancora più difficile trovare.

Poche volte alla Virtus Roma nella sua storia è capitato di essere la “favorita” e questa è una responsabilità con la quale convivere e di cui vivere, per auto alimentarsi.

La verità è che la squadra di quest’anno non si può permettere la “normalità”, sia che decida di giocare da “grande”, sia che decida di schierarsi da “provinciale” e di conseguenza, che davanti si trovi una grande o che si trovi una “provinciale”, non può perdersi nella normalità. Questo è il grande peso che ha la Virtus sulle spalle, che piaccia oppure no.

Insomma, come disse Sallustio (la dottrina dibatte sulla paternità dell’affermazione) di Appio Claudio Cieco: “Faber est suae quisque fortunae”, locuzione che il mondo classico latino opponeva al concetto di “fato”.

Un modo come un altro per dire che la Virtus Roma è ancora prima (con Bergamo che ha una partita in meno) e che è artefice del suo destino. Che come Appio Claudio, non è il momento di essere ciechi (battuta di secondo ordine) e fatalisti.

Un pizzico di calma in più e di fiducia.

ON Sharing Mens Sana Siena-Virtus Roma, le pagelle: Landi continuo, Moore no. Solido Sandri

Alibegovic 4: Continua il momento negativo di Amar, da tre partite impiegato poco e con scarsa efficacia. Era stata una delle chiavi dei successi virtussini, deve riaccendere quanto prima l’interruttore.

Lucarelli ng: Troppo poco in campo per valutare la sua prestazione.

Chessa 5: Da subito condizionato dai problemi di falli, prova a dare un paio di zampate ma non è concreto come in altre occasioni. Se non gira la squadra non riesce a valorizzare le piccole cose che fa sempre.

Moore 5.5: Quando si accende è impressionante per talento e capacità di essere un giro avanti a tutti. Ma i blackout stanno diventando troppi, soprattutto non riesce a trovare la continuità all’interno della stessa gara. I numeri, comunque, saranno sempre dalla sua.

Sandri 6: Da un apporto maggiore in termini di punti realizzati, è uno di quelli che nel momento del bisogno le prova tutte per scuotere la squadra. Problemi di falli anche per lui che ne diminuiscono l’impiego, sarebbe servito di più sul parquet.

Baldasso 5: Una fiammata sulla tripla del pareggio ad inizio quarto periodo, ma come molti altri giocatori è condizionato dai troppi falli commessi. Meno brillante del solito in regia, non riesce ad incidere come fa da inizio stagione.

Saccaggi 6: Sufficienza proporzionata anche al rientro in campo dopo un messe abbondante di stop per guai muscolari. Gioca 19 minuti di sostanza, sbagliando un paio di tiri per incertezza, cosa normalissima per chi ha la necessità di rimettere nelle gambe il ritmo partita.

Landi 7: Ancora il migliore dei suoi, solida doppia doppia da 13 punti e 11 rimbalzi. Non tira benissimo (3/8) ma è sempre presente quando c’è da lottare e farsi sentire. Ha bisogno però di compagni più presenti, non può certo trascinare da solo la squadra fuori dai guai.

Sims 6: Non sarà mai un problema di numeri per lui (19+7), ma non viene messo nelle migliori condizioni di rendere quando lo cercano in maniera ossessiva con passaggi pigri. Quando Siena perde i suoi lunghi per falli va quattro volte di fila in lunetta, chiudendo con un positivo 9/12, ma in difesa non copre bene quanto dovrebbe.

Santiangeli 4.5: Le sue partite sembrano quasi tutte una copia conforme. Parte molto bene, presente mentalmente, per poi spegnersi gradualmente fino a scomparire. Uno di quelli che chiude male sugli esterni nel momento in cui Siena piazza le triple della fuga definitiva. Si limita a soli 3 tiri dal campo, davvero troppo poco.

All. Bucchi 5.5: Non riesce a scuotere i suoi dopo la sconfitta interna contro Rieti. Anche a Siena, la Virtus sembra avvolta da un alone di torpore ed è un peccato, perché quando Roma si sveglia dimostra di poter portare a casa il successo. Discontinuità all’interno della stessa partita che, dopo le rimonte di inizio stagione, è costata due sconfitte di fila. Bisogna porre subito rimedio alle oggettive difficoltà delle ultime settimane.

GRA #4 – La Ex Alunni SGE: la storia di un sogno

a firma di Francesco Colucci. 

Società Ex alunni SGE.

 S.G.E. sta per San Giovanni Evangelista.

Era il 1991 quando il presidente (ovvero mio padre) decise di fondarla, costruendo una squadra composta da EX ALUNNI della Scuola San Giovanni Evangelisti per l’appunto. Ex compagni di scuola che a distanza di anni avevano deciso di ritrovarsi su un campo in parquet (rigorosamente di colore scuro stile fine anni 80’).

Sono passati VENTOTTO (28) stagioni da quel giorno. Ognuno dei quali andrebbe raccontato, perché vi posso assicurare che ogni stagione disputata fino ad oggi sarebbe TUTTA da raccontare!! E non solo cestisticamente parlando!! Le persone che piano piano sono entrate a far parte della squadra hanno sempre (o quasi) portato non solo un valore tecnico aggiunto al gruppo, ma anche la propria storia, la propria particolarità, il proprio carattere, la propria simpatia.

Diciamo che all’interno di questa squadra non ci si è mai annoiati nel bene e a volte anche nel male.

Oggi, chi sta scrivendo queste righe è colui che qualche anno fa ha avuto modo di coronare uno dei suoi piccoli sogni nel cassetto (chi è che non ce l’ha!). Certo avrei preferito che la modalità della presa in gestione di questa società fosse avvenuta per altri motivi, ma questa è un’altra storia e alla fine va bene cosi.

Da 7 anni a questa parte come “responsabile/dirigente/vice allenatore” mi sento fortunato di gestire un gruppo prima di UOMINI e poi di giocatori. Persone che fortunatamente rispecchiano a pieno i “valori” e gli “aspetti” che questa società cerca da anni di trasmettere.

Perché all’interno degli Ex Alunni non importa il nome e numero che hai dietro la schiena, importa quello che hai “dentro” e quello che puoi dare TU al gruppo!

Non a caso, anche se sembra banale dirlo, le uniche regole che sono state dal sottoscritto imposte sono esclusivamente di aspetto comportamentale!

A chiunque arriva gli viene detta sempre la stessa frase:

per giocare qui dentro, non mi importa se sai tirare, passare la palla o andare a canestro in terzo tempo, DEVI solo portare rispetto ai compagni ma soprattutto DEVI divertirti! Atteggiamenti sbagliati e la maleducazione li lasci fuori da quella porta, altrimenti puoi rimanere a casa”.

Sarà forse una frase dura e banale, ma chi conosce questo ambiente sa che non è sempre cosi facile trovare ambienti cosi.

Da sempre queste piccole regole sono state il pilastro centrale di questa società. E personalmente non penso che le cambierò mai.

Se mi fermo a riflettere e mi guardo indietro, dopo tutti questi anni, come società ci sentiamo fortunati! Ma fortunati davvero! Ed io come “responsabile” lo sono di più! Lo sono non perché abbiamo mai vinto qualche campionato o coppe, ma perché abbiamo avuto la fortuna di “vivere” le storie di ognuno di loro, di ogni singolo giocatore.

C’era Andrade detto “Grandfather” perché a soli 45 anni era già diventato nonno di un bellissimo bambino che lo seguiva ad ogni partita! Persona fantastica sia dentro che fuori dal campo;

Ci stava Marcello, che su 10 minuti che giocava, 8 li passava per terra perché cadeva sempre, anche da SOLO!! ( tutt’oggi ancora mi domando come faceva);

Ci stava Luigi Cimino…ma questa storia ve la racconto dopo;

Ci stavano i fratelli Amatruda, uno veniva a giocare e l’altro no o viceversa! Personalmente sono rare le volte che li ho visti insieme! ;

Ci stava Giacomo con la sua chioma! Penso che sia l’unica persona che ho mai conosciuto a metterci due ore per farsi la doccia. Infatti una sera che giocammo in trasferta ce lo siamo dimenticati nello spogliatoio. Ma visto che l’unione del gruppo si vede nel momento delle difficoltà, dopo una lunga riflessione, tornammo a riprenderlo;

Ci stava Andrea, il professore, detto anche il gigante buono. Dava del VOI agli arbitri protestando ogni qualvolta gli veniva fischiato PASSI o un FALLO. Una volta per tale motivo si beccò anche un fallo tecnico, perché l’arbitro si sentì preso in giro. Alla fine sono cose che capitano;

Ci stava Jacopo, il reatino. Lo scoprimmo da avversario, l’anno dopo ce lo ritrovammo ad indossare la nostra maglia. Su di lui spendo una parola in più, (non me ne voglia nessuno) Auguro a tutte le squadre di avere uno come lui nel proprio gruppo. E non aggiungo altro.

Ci stava Alessandro, ora di mestiere fa il responsabile Ufficio Stampa di una grande realtà del basket italiano che da un paio di anni lotta nei vertici della Serie A. Lui è il classico giocatore che quando arrivi in palestra, trasferta o in casa, lo trovi già a riscaldarsi;

Ci stava Nicola, il nostro primo allenatore. Grande uomo sia dentro che fuori dal campo. Il primo insegnamento su come si usa il “piede perno” me lo diede lui;

Ci stava Fonseca. Su di lui possiamo scrivere un libro. O meglio cosa possiamo non dire su di lui? Tantissimi cose! Di certo non potevi non andare d’accordo con lui. La risata ci scappava sempre;

Ci stava Marcucci. Quando si dice, dare tutto per la maglia? Ecco lui ha davvero dato tutto…Ancora ricordo il suo “ultimo” sacrificio a Tarquinia;

E tanti altri ancora…

Se qualcuno mi dovesse chiedere quale fu uno dei ricordi più belli di tutti questi anni, non avrei dubbi nel raccontare di quella domenica…

15 anni fa, mese di maggio. Per la prima volta in assoluto gli Ex Alunni erano arrivati a giocare la finale per salire in Promozione.

Fu una stagione di primo livello ma soprattutto UNICA, partiti con tanti dubbi e poche certezze, giocatori nuovi, nuove idee… ma il risultato finale sul campo fu un capolavoro.

Arriviamo a giocarci la finale dopo aver disputato una semifinale al cardio palma (classico!). Ma ci siamo, stiamo lì a giocarci la nostra prima finale!

Roster al completo, ovvero, tutte le famiglie di ogni singolo giocatore, presenti sugli spalti!! (E già solo questo valeva il “prezzo del biglietto”)

In campo c’era tensione, ma ci stava anche una forte emozione. Partita importante, esser arrivati fin li era comunque una grande vittoria per noi.

Arriviamo al Pala Rinaldi a Viale Kant in largo anticipo. Inizia il riscaldamento. Il coach in panchina incomincia, assieme al presidente, a sciogliere gli ultimi dubbi su chi schierare in quintetto.

Ore 17:00 si inizia, pronti via, palla a due, possesso nostro. Daniele chiama lo schema in attacco e…STOP.

Il racconto della partita non ha importanza. E non per l’esito finale (per la cronaca, quella finale la perdemmo).

Quel giorno per la prima volta omaggiammo con il ritiro della maglia una grandissima persona, LUIGI CIMINO, che decise di appendere definitivamente le scarpe al chiodo, come si vuol dire. Decise di chiudere la sua carriera da giocatore di pallacanestro, indossando la nostra maglia per un’ultima volta.

Luigi, grandissima persona, in campo un professionista esemplare. Dettava ritmo, prendendosi sulle spalle sempre la squadra nei momenti difficili, fino a portarci a quella finale per salire di categoria.

La sua maglietta ancora la vedo arieggiare attaccata a quella retina del canestro, con tutti noi sotto di essa fermi in posa per la rituale foto ricordo di gruppo. I volti di quel gruppo sono forse la testimonianza più veritiera di come questo sport possa regalare veramente delle grandi emozioni.

Oggi Luigi sta affrontando una grande battaglia personale, dopo averne vinta una altrettanto importante e molto difficile. Ma saperlo ancora qui tra noi è forse uno dei regali più belli che tutti noi, nel nostro piccolo, abbiamo ricevuto in questo 2018.

A LUI voglio dedicare questa lettera e a nome di tutti ti dico di continuare a NON MOLLARE!!! Proprio come quando giocavi con noi.

Infine arriviamo ad Oggi, stagione 2018/2019, ci sono loro:

Aldo, Alessandro, Flavio, Nicola, luciano, Peppe, Marcolino, Marco, Renato, Andrea, Gabriele, Gabriele, Antonio, Massimiliano, Simone, Maurizio, Renato, Carlo, Giulio, Fabrizio, Daniele, Lorenzo e chi ci sostiene sempre fuori dal campo come Cesare e Ludovico.

Coach Fabrizio. Colui che mi sta affiancando in questo cammino, ma soprattutto mi sta aiutando a crescere nel ruolo di “Vice Allenatore”.

E poi, lui il presidente, Angelo. Mio padre. A cui non finirò mai di dire grazie per aver sempre appoggiato e sostenuto le mie idee, le mie scelte e i valori che ho voluto anni fa inserire fortemente all’interno di questa società e in questa squadra.

Ad ognuno di loro dico:

– GRAZIE per condividere i miei obiettivi e le mie regole;

– GRAZIE per tutti i sacrifici che fate per venire a giocare in casa e soprattutto in trasferta;

– GRAZIE per aver voluto condividere la mia “filosofia” di pallacanestro;

GRAZIE PERCHÉ SENZA DI VOI TUTTO QUESTO NON POTREBBE ESISTERE!

Virtus Roma-Zeus Energy Group Rieti, le pagelle: Landi ci prova, Sims a salve. Moore a tratti

Alibegovic 4: Contro Rieti arriva la peggior prestazione dell’anno per Amar, che dopo i fuochi d’artificio di inizio anno sta vivendo un fisiologico calo. 5 minuti in campo nei quali ha modo di piantare una grande schiacciata e di dimenticarsi di difendere, cosa che Bucchi non manca di sottolineare in maniera tutt’altro che serena.

Chessa 5: Tira poco, ci prova con 3 assist ma è molto meno efficace di altre occasioni. Inghiottito anche lui dalla giornata nera della squadra, non riesce ad incidere come fatto sin qui da inizio stagione.

Moore 5.5: I numeri sono buoni (15 punti, 5 rimbalzi e 5 assist) ma stavolta non arriva la fiammata che tira fuori dai guai la squadra. Discontinuo nel corso della partita, non da mai la sensazione di potersi accendere per risolvere i problemi di un attacco sterile.

Sandri 6: Negativo al tiro, soprattutto dalla lunga distanza, Daniele ha comunque sempre una dose enorme di energia da mettere a disposizione della squadra. 7 rimbalzi, di cui 4 offensivi, danno l’idea della voglia di lottare di un giocatore che non tirerà mai indietro la mano, anche nelle giornate storte.

Baldasso 5: Come il resto della squadra, anche per lui il pomeriggio del PalaEur è da dimenticare sotto il profilo delle percentuali (0/6 da tre). Prova a mettersi in partita al servizio del collettivo ed è positivo che trovi comunque il modo di smazzare 5 assist, ma non ha la brillantezza vista fino ad ora.

Landi 6.5: Ancora il migliore sul tabellino (19), lotta anche a rimbalzo, catturandone 7, dando soprattutto l’idea di essere mentalmente in partita. Può poco però perché gli altri non girano e non riesce a trascinare i compagni per venire fuori dalla palude reatina.

Sims 5.5: I numeri saranno sempre dalla sua parte, ma la prima insufficienza del campionato arriva, così come per Moore, perchè non da mai l’idea di poter dominare come suo solito. Nervoso sin dall’inizio, mai in sofferenza come contro Bobby Jones, che ha acceso la radio del trash talking sin dalla palla a due, disinnescando la pericolosità di uno dei migliori giocatori del campionato.

Santiangeli 5: Male al tiro, non riesce in difesa a contenere i diretti avversari. Deve ancora entrare a pieno nei meccanismi di squadra, ma se Bucchi gli da fiducia è certo che anche per lui arriveranno tempi migliori.

All. Bucchi 5.5: Per la prima volta sembra impotente di fronte alla prestazione dei suoi ragazzi. Cerca in continuazione di trovare il quintetto giusto, ma stavolta non pesca le soluzioni necessarie per invertire una giornata storta che si conclude con la prima sconfitta casalinga. Dopo sette vittorie di fila un inciampo ci può stare, dovrà essere bravo, così come nel post Bergamo, a rimettere subito il gruppo in carreggiata.

Di grandi poteri e responsabilità. E di peccati.

“Da grandi poteri,

derivano grandi responsabilità”

Lo Zio de l’Omo Ragno.

 

Ecco, la Virtus Roma ha grandi poteri e dopo la partita con Rieti (come dopo quella con Bergamo) ha la grande responsabilità di capire cosa ha sbagliato e come lo ha sbagliato.

Innanzitutto la prima considerazione da fare è che nello sport si vince e si perde, aldilà del valore assoluto di una squadra rispetto all’altra.

Che poi, lo sport, non è una scienza esatta e quindi i valori assoluti non dicono sempre che i più forti vincono e quelli meno forti perdono. Dipende da come si applica la forza al contesto della partita.

Oggi Rieti è stata più brava, punto. Ha portato Roma nel suo piano partita e da lì, Roma, non è stata più in grado di saper uscire, per meriti dunque degli avversari e per demeriti propri.

Meriti evidenti, basti vedere le percentuali al tiro (56% da due e 41% da tre), basti vedere la partita di Toscano (che già lo scorso anno a Legnano non si era risparmiato) o quella di Adegboye.

E poi, nel più classico dei “e come te sbaji”, ecco la partita dell’ex che tira fuori la prestazione della vita. Bobby segna (24 punti), fa innervosire chiunque venga marcato da lui o chiunque se lo marchi, gioca con la radio perennemente accesa e alla fine il risultato gli da ragione. C’è a chi piace quel tipo di gioco e a chi no.

Per quello che riguarda i demeriti di Roma è evidente che l’avversario più difficile della Virtus sia proprio la Virtus stessa. C’è stata come l’impressione che la squadra, nel rimanere a contatto con Rieti, pensasse per la qualità che ha a disposizione, che tanto la partita prima o poi l’avrebbe vinta. Ha peccato di superbia.

Perché il potenziale è evidente ma la squadra ha la responsabilità di esprimerlo al meglio delle sue possibilità, ed oggi non lo ha fatto. E’ successo ed era utopistico pensare che non si perdesse più una partita e grande scoop, potrebbe addirittura capitare di nuovo.

Certo, se non dovesse ricapitare, sarebbe meglio, ma nulla è compromesso. Del domani non v’è certezza e quindi non si può oggi sapere come andranno le prossime partite ma sicuramente quello che si deve fare è lavorare sui punti deboli della squadra.

Che sono sì la qualità di un blocco o il tempismo di un taglio o la spaziatura con cui si prende un tiro ma sono la gestione degli alti e dei bassi di cui questa squadra troppo spesso è vittima e che il fatto di essere forti non garantisce, rimanendo in scia all’avversario, la sicurezza di un sicuro sorpasso. Perché un motore si può sempre inceppare, durante una stagione o durante una stessa partita, o molte volte può non girare come si deve, anche dall’inizio di un match.

Che poi anche dopo un sorpasso bisogna essere bravi a saper poi mantenere la testa, di una partita o di una classifica. Testa alla prossima, a quella partita che non sarà mai come le altre con Siena e dopo ancora, quella con la pazzesca Agrigento di questa stagione.

Andare sui singoli sarebbe inutile. Nessuno ha fatto quello che poteva, è evidente. Una parola su Sims però: è vero, non ha giocato bene ma questo ragazzo (classe 1990) ha perso il papà nemmeno dieci giorni fa. Non c’è da aggiungere altro e chi purtroppo ha vissuto quello che ha dovuto soffrire lui, sa cosa si ha nella testa e nel cuore.

E nessun pessimismo, non dopo una partita persa. Nessuno è infallibile, nemmeno l’infallibile Fortitudo del girone Est che ha perso a Piacenza.

Far passare il fastidio per una sconfitta è difficile ma farsi due passi per il centro di Roma, per Trastevere, con quel tiepido freddo di un dicembre romano, guardare il colore del cielo al tramonto, mangiare un’ottima pasta vongole e ceci, aiuta.

Cammini per Roma e pensi quanto sia bella e pensi che si, nemmeno Roma è infallibile e che solo l’eternità di certi luoghi e certi colori sia infallibile. E non potendo essere infallibile ti consoli perché Roma è eterna.

GRA #3 – “Gigi, mi fai un autografo?”

E’ il 2011, ho 13 anni e (come oggi) ancora una vaghissima idea di come funzioni il mondo.
Il primo liceo, i suoi cambiamenti e l’appagamento post Triplete mi allontano, di poco e per poco ma quanto basta, dal pallone. Il Basket mi piace, seguo la NBA di Kobe contro Pierce, ma la sento troppo lontana. In estate un amico, bolognese e Fortitudino, mi parla della Virtus Roma. Sono già stato al PalaEur, a 9 anni e totalmente inconsapevole di star assistendo al ritiro di uno dei più grandi di sempre, un signore con la maglia numero 15 e il nome Bodiroga sopra. Il Basket italiano, chi ci avrebbe mai pensato prima?
Gli europei in Lituania però non accendono la mia passione, e a rimanermi è solo il celebre “facciamo a cazzotti” nel triste epilogo contro Israele. In quella Nazionale però c’è “uno” che mi hanno detto giocare per la Virtus. Si chiama Luigi ed è lo sportivo più atipico che io abbia mai visto: ha i capelli lunghi, la faccia da bravo ragazzo e nemmeno un tatuaggio. Insomma, non il giocatore di basket che mi aspetto.

 

E’ proprio quel suo modo di essere che mi fa impiegare qualche minuto prima di riconoscerlo. Siamo sul tram numero 2, quello che da Piazzale Flaminio arriva fino a Piazza Mancini.
Io, anziché studiare, mi sono innamorato della Virtus a velocità record, nonostante i pessimi risultati di una squadra tanto talentuosa quanto mal assemblata. Sto andando al palazzetto per seguire l’allenamento.
Lui ha iniziato la stagione con numeri importanti, è alto due metri ma quando tira mi sembra Ray Allen, ed è l’unico a strappare applausi in quella squadra. Sale all’altezza di Via del Vignola, sta andando al palazzetto per allenarsi.

“Scusa, Gigi, Mi fai un autografo?”

La faccia sarda stupita del fatto che qualcuno lo abbia riconosciuto, il sorriso e la strada insieme scesi dal Tram: io verso gli spalti, lui verso gli spogliatoi.

 

L’anno successivo, con quella stessa faccia, Gigi è l’MVP del campionato e il leader della “squadra che non c’era”. Su SKY Sport 24, nel servizio che celebra la Virtus Roma in finale dopo Gara-7 contro Cantù, mi inquadrano durante l’invasione di campo mentre lo guardo con gli occhi lucidi, scuotendo la testa.

L’NBA, che adesso sento un po’ più vicina, le nottate passate a sperare di vederlo in campo. Poi Boston, la barba che cresce a tempo con l’amore dei tifosi. Mi sento fiero, neanche li stessi solcando io i campi a stelle e strisce.

L’Eurolega, Obradovic e il Fener. Mentre la squadra di cui grazie a lui mi sono innamorato inizia il suo percorso nel purgatorio dell’A2 lui alza l’Eurolega e, ancora una volta, regala una gioia anche a noi.
La nazionale, dove ogni estate è l’unico sempre presente nonostante gli infortuni, nonostante tutto.

E’ uno dei migliori giocatori in Europa, e l’Eurolega gli dedica una lunga intervista. Mentre racconta della sua vita a Istanbul ha la stessa identica faccia sarda che aveva sul tram numero 2, che da Piazzale Flaminio arriva a Piazza Mancini passando per il palazzetto dello sport di Viale Tiziano.
Fra le domande più frequenti nelle conversazioni da bar c’è la classica: “chi è stato il giocatore che ti ha fatto innamorare della pallacanestro?”. Dentro il raccordo i meno giovani parleranno del folletto Larry Wright, eroe a Ginevra. Qualcun altro, perché no, parlerà di Dino Radja o di Dejan Bodiroga, quello di cui a 9 anni non ho riconosciuto la grandezza.
Capitano, Bandiera, Uomo: il giocatore che mi ha fatto innamorare della pallacanestro è quello che oggi compie 31 anni.
Grazie Gigi, campione atipico, perché grazie a te ho vissuto più di quanto tu non possa immaginare.
E tanti auguri, sperando un giorno di poterti rivedere con la maglia che ti ha consacrato.

 

GRA #2 – Tanta OBA

 

 

Settembre 2008: mentre nelle più alte sfere cestistiche gli Stati Uniti erano appena tornati sul trono Olimpico, in quelle molto più modeste di provincia la Old Basket Aprilia, seconda società cittadina per data di nascita, si accontentava di trovare un allenatore che potesse guidarla nel campionato di Promozione. Non confonda il nome, non si tratta di quella nata per prima: esso fu cambiato per contrasto con quello originale, ovvero New Basket Aprilia, dopo che il più famoso acronimo cui si ispirava, quello della National Basketball Association, divenne un po’ troppo pesante da scarrozzare per i campi di gioco.

 

D’altro canto, il gruppo presentava una serie di giocatori che avevano riposto le principali velleità di sfondare nella locale Serie C: sommando agli impegni della vita quotidiana il sentore di esser stati messi da parte, forti dell’amicizia reciproca accresciuta negli anni spesi in giro per le palestre della regione sin dalle giovanili, si erano organizzati in una sorta di autogestione con al vertice un ragazzo non più di primo pelo ma dall’atteggiamento esemplare, Peppe (non me ne voglia il Presidente nominale, quello che in tutta la stagione si vide solamente alla cena di Natale, anche se c’è da ammettere che il motto “Noi siamo i più forti dell’universo, dopo il Real Madrid” fu davvero d’impatto).

 

La scelta ricadde su un giovane coach locale, presente quasi tutti i giorni nelle palestre facendo attività con le più svariate fasce d’età giovanili, dal minibasket all’under 20, che agognava l’aggiunta al proprio percorso di un’esperienza senior.

Nonostante la verde età di 22 anni che lo rendeva più piccolo di quasi tutti i componenti della squadra, nonchè l’esperienza in campionati di livello superiore di vari ragazzi, la truppa non creò difficoltà riguardo al rispetto dei ruoli, mettendosi al lavoro con capofila il leader carismatico Yuggin, italo-greco espressione estrema del concetto di genio e sregolatezza: playmaker dalle letture sopraffine sia per il gioco che per i menu di ristoranti e pub; disposto a tutto per la salvaguardia dei compagni, dal trainare la banda in campo e fuori (le mura della villa, sede delle cene annuali, ancora tremano) al discutere con arbitri e avversari.

 

Fu lui, dopo la sconfitta dell’esordio dopo un match combattuto in quel di Gaeta, a tirar su di morale l’allenatore all’esordio: “Non te la devi pijà, guarda che abbiamo giocato bene. Questi so’ bboni, eh”.

 

Mancava comunque qualcosa a quella combriccola: dopo un altro paio di allenamenti, si aggiunse quale figura tecnica quella di un coach fermo da anni, il primo allenatore di Peppe, il cui ricordo delle qualità era ingiustamente vivido per pochi. Con l’addizione di Vito, un personaggio dal carisma coinvolgente e dai modi asciutti e diretti, in grado di mettere ordine in un gruppo non certo contraddistinto da calma e sangue freddo, fu completato il quadro per quella che si rivelò un’annata speciale.

Non è possibile sintetizzare in poche righe un’intera stagione di ​testa, cuore e palle​ come quella vissuta, ma è doveroso citare alcuni aneddoti per renderne l’idea.

 

4 gennaio, trasferta a Formia, con viaggio previsto di 3 ore complessive fra andata e ritorno. Con i postumi del capodanno, la truppa è falcidiata dalle assenze: i presenti sono solamente 5, un numero veramente esiguo. Ai prodi Frank, Peppe, Simo, Domenico e Yuggin si cerca di aggiungere l’unico per il quale si potesse avere un barlume di speranza di disponibilità all’ultimo momento.

 

Parte la telefonata durante l’appuntamento per la partenza: “Golden Age, non è che ci saresti per la partita oggi?”

 

“Ah ce ne sta una? E’ che sto proprio a pezzi dopo la serata…” “Dai, partiamo fra un quarto d’ora”.

 

Per chiarezza, va specificato che il concetto di “serata” di Golden Age non è troppo lontano da quello di “Una notte da leoni”; d’altronde, parliamo di un ragazzo che da segnapunti ha provocato una sospensione temporanea di un match perchè trovato dall’arbitro a compilare il referto indossando… una maschera da luchadore messicano.

 

Con un tale drappello, fra assenze e condizioni fisiche critiche, la speranza era quella di contenere i danni fino a quando possibile. Limite fissato circa alla seconda metà del terzo quarto, dove finita la benzina l’OBA sprofonda a -19. In 6, con Frank a litigare con il ferro da inizio serata, in un campo difficile, con una lunga trasferta davanti: un quadretto davanti al quale qualsiasi compagine avrebbe solamente pensato ad accorciare il tempo che la separasse dalla doccia e alla sistemazione per la cena post-gara. Ma Domenico non ci sta: due triple in quattro azioni, morale che si impenna, moto d’orgoglio, risalita che inizia inesorabile con Peppe a tramutarsi per una sera nello Shaquille O’Neal dell’agro pontino e convertire in rimbalzo offensivo + canestro da sotto qualsiasi errore al tiro degli apriliani. Si arriva fino alla parità, all’ultima azione della gara, con palla in mano; poco importa se un possibile contatto sulla penetrazione sulla sirena non viene sanzionato, il vigore degli ospiti è troppo per non portare al successo al tempo supplementare, chiudendo con un foglio rosa una rimonta che resterà una delle più grandi memorie sportive dei pochi presenti.

 

Fu l’unico match in cui Frank non rese, in un campionato che disputò giocando forse la sua miglior stagione da senior. Campionato che però iniziò in maniera inusuale per lui: presentatosi in condizioni fisiche non superbe, che lo portavano ad accontentarsi di attingere al talento che traboccava dalle sue mani vellutate senza mettere sul campo particolare garra, fu trattato in maniera sbalorditiva da coach Vito. Difatti, fu escluso dalla palestra fino al raggiungimento del peso forma; non una notizia eccezionale se non fosse che si trattasse comunque del miglior giocatore dal punto di vista tecnico dell’OBA, dalle multiple esperienze di livello da ragazzo come le Finali Nazionali con la Virtus Roma, nonchè coproprietario della società. Inoltre, fu chiesto al coach più giovane di lui di comunicargli la notizia, per stuzzicarne al massimo l’orgoglio; di conseguenza non si affacciò più al campo durante alcun allenamento, per tornare dopo 3 mesi con circa 15 chilogrammi in meno e una ferocia agonistica mai mostrata prima. Specchio ne furono i primi due quarti giocati ai playoffs, contro la compagine di Nettuno, con la quale c’era particolare rivalità, al cospetto di uno dei lunghi più tosti dell’intero torneo: 14 punti segnati (che diventeranno 20 a fine gara), con gli ultimi 3 sulla sirena dell’intervallo, con arresto e tiro da 9 metri. Il coach aveva ragione.

Nella seconda parte di stagione e nei playoffs, risulterà il leader della squadra affiancandosi a Massi, che in media nell’anno metterà 19.5 punti ad allacciata di scarpe con quell’espressione sul volto da bambola assassina, autore di stragi di cuori di ragazze e di difese avversarie.

 

Proprio un episodio che lo vide protagonista era emblematico nel tracciare un ritratto di quell’equipe, nel suo mix tra follia e talento. Nel secondo atto della serie di semifinale (al meglio delle tre), dopo la vittoria in casa gli apriliani si presentarono a Nettuno con l’obiettivo di chiudere anticipatamente il discorso qualificazione. Si presentarono in anticipo al campo rivale e per assicurarsi che tutti fossero pronti, la fase di riscaldamento fu più lunga del solito, quasi estenuante, dalla durata di 45 minuti prima di iniziare finalmente a giocare. Palla a due. Appoggio del saltatore verso Massi, pericolo pubblico numero uno per la difesa avversaria (cui aveva già rifilato in stagione il suo massimo di 32 punti). Il biondo trova la via verso il canestro spalancata, si invola.

 

Peccato che si tratti di quello difensivo: infrazione di metà campo. Alla prima azione, alla faccia della concentrazione.

 

Ovviamente dominerà il resto della partita, chiudendo con 27 punti, fra cui uno spettacolare alley-oop con cui spalancò le porte dell’ultimo atto del campionato per l’OBA.

In gara 2 di finale playoff, il ferro fermò l’ultimo (buon) tiro di Frank portando così all’unica sconfitta nell’anno solare degli apriliani (la terza complessiva), rimediata sul campo di Gaeta, proprio come nella prima di campionato: si rivelò vera la previsione sul valore degli avversari. Evidentemente non era lui quello destinato, così come Massi (nonostante fosse l’unica occasione in cui avesse inciso anche nella metà campo difensiva), ad essere decisivo nella serie che avrebbe decretato il passaggio della vincitrice in Serie D e allo stesso modo non lo erano Yuggin, Simo o Domenico, anima e cuore della squadra del quale sentivano la maglia come una seconda pelle.

 

Arrivati ormai alle battute finali, la rotazione dei giocatori era consolidata: se Peppe era onnipresente quale totem pur senza gran minutaggio, gli altri a completare i dieci prescelti erano gli 8 ad aver avuto esperienze di Serie C da senior o da under, e infine Antonio.

 

A differenza degli altri, quest’ultimo si era guadagnato il posto come il gregario che ogni team adora al suo interno: con minor talento puro degli altri lavorava duro in difesa, pronto a far le piccole cose utili senza la pretesa di ricerca di una gloria personale. Senza la stazza di un’ala forte nè l’incisività di un’ala piccola, era prezioso in marcatura sui giocatori di entrambe le posizioni, assicurando concretezza come ricambio.

 

Ma questo non gli bastava: dall’inizio della stagione, primo ad arrivare in palestra ed ultimo ad andarsene,si allenò duramente per cambiare, ben oltre l’età da teenager in cui solitamente si lavora su questo dettaglio, la meccanica di tiro, con estenuanti ripetizioni dai 5 metri e fuori dall’arco dei 3 punti, quello in cui Simo, titolare nella posizione di ala forte, giostrava spesso e volentieri in virtù della sua capacità di saper interpretare un pò tutti i ruoli in campo.

 

Durante l’annata il tiro andrà a sprazzi, senza comunque che Antonio giochi mai una gara scollinando la doppia cifra di punti a referto. La tiene in serbo per la prima partita della serie di finale: nel momento in cui la corazzata gaetana stava concretizzando la violazione del fattore campo apriliano, è Antonio a partire per due volte consecutive dalla sua mattonella, in guardia a sinistra, piazzando prima con una tripla e poi con finta dall’arco e successivo arresto e tiro dalla media il controbreak decisivo per recuperare l’inerzia e concludere con un successo per 1 solo punto.

 

A separare gli apriliani dal trionfo restava solo lo spareggio di gara 3.

 

Al cospetto di un centinaio di spettatori (non proprio una cornice di pubblico solita per un match di Promozione), nel match decisivo fu ancora l’unione del gruppo a risaltare: nell’ultimo quarto, iniziato in parità, sono quel Giorgio che per tutto l’anno cercava il modo di adattarsi al ruolo di sesto uomo guastatore e Bolle veterano di tante battaglie sotto i tabelloni della Serie C a scavare con 14 dei loro 17 punti complessivi il parziale decisivo. Era fatta: l’Old Basket Aprilia aveva vinto il campionato e promossa in Serie D.

 

Forse non ci fu mai occasione di esprimere singolarmente l’affetto ad ognuno dei componenti di quell’annata, persi fra i festeggiamenti collettivi.

 

La ricorrenza decennale di quella piccola impresa rappresenta la giusta occasione per dire grazie ad ognuno (in ordine alfabetico così non si offende nessuno).

 

Ad Alfione: nessun rimbalzista ha mai creato tutto quel vuoto intorno a sè; o avrebbe segnato, o avrebbe ripreso i propri rimbalzi con gli avversari ad aprirsi alla sua presenza più del Mar Rosso.

 

Ad Andrea: il medico più benvoluto dai suoi (potenziali) pazienti.

 

Ad Antonino: aver superato indenni l’apprendistato di Bolle è a sua volta un gran traguardo.

 

Ad Antonio: il lavoro e l’umiltà pagano sempre. E l’ironia pungente è un tocco in più. A Big Lucio, Fausto, Graziano, Nunzio e Uolter: anche chi ha ruoli dietro le quinte va ricordato.

 

A Bolle: granitico nel prendere posizione in post basso, nel rispettare un ruolo di cambio di qualità, nei metodi di scolarizzazione dei più giovani. E pure nella risposta a chi avrebbe provato a provocarlo fisicamente.

 

A Chiara, Dèsirèe, Lucia, Stefania e Valentina: quello alla quota rosa non è un omaggio ma un tributo alla presenza costante in tutte le iniziative e, anche scatenata, in tribuna. A Daniel: ​C’E’ (quasi) ​SOLO UN CAPITANO!!!

 

A Daniele M.: passare da protagonista a livello giovanile a gregario a livello senior non è facile, ma con voglia di partecipare (non solo alle bisbocce) non è neppure impossibile.

 

A Daniele S.: non devi prendertela, ad un preparatore atletico non vuol bene quasi nessun giocatore. Ma sapevamo quanto fossi bravo per la pallavolo.

 

A Davide: un tocco “americano” in un campo da pallacanestro non può mancare.

 

A Dodo: le apparenze che ingannano, con modi rudi a schermare una passione genuina. A Domenico: mettere da parte opportunità individuali per il bene comune è il merito che rende spesso i giocatori dei modelli per i propri compagni.

 

A Fabrizio: la cui tenacia e abnegazione era di molto superiore ai calciatori della Roma a cui tanto era affezionato.

 

A Frank: semplicemente un giocatore di livello superiore, per tecnica, comprensione del gioco e modi.

 

A Giorgio: nei break di vantaggio che l’OBA piazzava, era in campo quasi sempre. Un lusso dalla panchina, che proprio nel momento decisivo dell’intera annata dimostrò la sua bontà. A Golden Age: fuori da qualsiasi schema, . Forse quella trasmessa a te via Skype è stata la prima partita di Promozione italiana visibile in Argentina.

 

A Manu: non il più appariscente a prima vista, non uno a cui rinunciare alla seconda.

A Marco: non è vero che portassi sfiga nell’esultare con il ​C’EEEEEE’prima di ogni tripla.

 

Cioè, un pò si, ma era parte del personaggio perfettamente in stile OBA.

 

A Massi: la potenza è nulla senza controllo. Ma con tutti a far la propria parte nell’indirizzarlo, il talento è esploso fragoroso.

 

A Peppe: tutto ciò che si può richiedere ad un cestista che funga da esempio per tutti al di là del proprio valore in campo, dall’abnegazione alla classe mostrata in qualsiasi atteggiamento.

 

A Simo: ora sono riscoperti come all around, prima i giocatori di questo tipo erano classificati come senza ruolo, semplicemente bravi; a quelle fine di passaggio o di tiro salterebbero tutti ancora oggi.

 

A Yoghi: in grado di piazzare la giocata più bella della stagione (passaggio di tocco al lungo in transizione) e la più brutta (palleggio sul piede senza pressing nella propria metà campo). In due giocate consecutive.

 

A Yuggin: al suo ritmo contro tutto ciò che ritenesse pericoloso per l’OBA, a torto o ragione, ma solo in difesa del suo team.

 

A Vito: dovunque tu sia ora, hai ragione, siamo tutti ancora delle pippissime.

 

Sempre forza OBA!

Sinfonia

C’è Piero Bucchi che passeggia nervosamente davanti alla panchina, mani sui fianchi e la camicia totalmente fuori dai pantaloni, come nei matrimoni d’estate, quando il caldo non ti lascia scampo e la sudorazione non si ferma ed allora, un po’ in disparte, è necessario far passare quel po’ di aria che può salvarti la vita.

E’ teso Bucchi, cerca aria. Quella che in campo si fa sempre più rarefatta con l’avvicinarsi del finale. E’ stato espulso Moore, si fa dura. La paura serpeggia tra tutti: Moore stava giocando una grande partita, la sua assenza peserà troppo, Tortona è là e l’idea che si possa perdere si inizia a palesare. Ci starebbe alla fine no? Tortona è forte ed è stata costruita con l’obiettivo di fare un campionato di livello, Moore è stato espulso, sarebbe una sconfitta dignitosa.

Non per chi è in campo. La settima chiarisce al mondo Virtus Roma che la sconfitta, sino a quando non arriva, non è un pensiero contemplato. E’ facile associare a questo punto la parola “sinfonia”.

“Sinfonia: Gradevole armonia di sensazioni, percezioni, colori, suoni, immagini”.

I battiti di chi è in campo suonano tutti la stessa melodia. E’ un ritmo che si sincronizza con i passi davanti alla panchina di Piero Bucchi, ai battiti dei tifosi, alle gambe che si muovono freneticamente per l’emozione.

Aristide Landi bombarda il canestro avversario, ne segna due. Chessa porta avanti l’offensiva senza paura e ne scaglia un’altra, a segno. Ma Tortona è spigolosa, non molla e torna.

Quello che fa Sandri fa impazzire tutti. E’ su ogni maledetto pallone, capisce che sarà proprio quel centimetro in più a fare la differenza, da terra recupera un pallone scagliandolo sul piede dell’avversario. E’ straordinaria e lucida follia.

Baldasso si fa male ad una caviglia ma resta in campo. Saranno suoi due liberi che varranno la vittoria.

Sims si carica tutto il peso sulle spalle nonostante dentro il cuore si porti un peso ancora più grande di tutti i chili che gli si possono scagliare contro.

Il fratello di Amar, Mirza, segna ancora, sembra non finire mai. Chessa va in lunetta, fa due su due, è finita. Vittoria.

Non è sinfonia di gioco, no. E’ sinfonia di intenti e volontà, di voglia di vincere.E’ sinfonia di sinapsi che si accendono come scintille nella testa di chi è in campo.  E’ una sinfonia che sovrasta la sconfitta, il dolore di una caviglia, di un dolore nel cuore con cui vivere.

Suona tutto, suonano i sorrisi di chi sta in campo, suonano le vene gonfie sui colli, suonano le parole di gioia dei tifosi, le urla di chi commenta, suona tutto. E sembra il suono più bello del mondo. E’ una sinfonia, è la settima.

Bertram Tortona-Virtus Roma, le pagelle: Landi di ghiaccio, Chessa cuore caldo. Sandri piovra, Sims chirurgico

Alibegovic 5: Prima vera uscita negativa in stagione per Amar, che perde nettamente il duello con il fratello Mirsa. Mai realmente in partita, nei soli 9 minuti in campo annovera 5 palle perse, 4 falli commessi ed un esplicativo -6 di valutazione. Rimandato alle prossime partite.

Chessa 6.5: Di esperienza, come al solito, il capitano piazza giocate pesanti nei momenti del bisogno. Una tripla fondamentale nel momento della grande rimonta, 6 rimbalzi e tanta difesa per un giocatore capace di esaltare le doti umane del gruppo.

Moore 6.5: La sua espulsione nel terzo quarto poteva essere il momento chiave, in negativo, del pomeriggio piemontese. Invece da li i compagni traggono le energie giuste per continuare a rimontare e poi vincere. In 20 minuti il Folletto colleziona 11 punti, 1 recupero e 4 assist, con un ruolo chiave nel secondo quarto quando Roma rimonta la doppia cifra di svantaggio.

Sandri 7: I numeri non sono mai generosi con Daniele. 9 punti, 4 rimbalzi e 3 assist non dicono nulla di quello che il numero 12 mette in campo al Pala Oltrepo. Difesa, palloni presi nella spazzatura della partita, un rimbalzo catturato sdraiato a pelle d’orso sul parquet. Valori umani prima ancora che tecnici.

Baldasso 6.5: Parte in sordina, dopo l’espulsione di Moore si ritrova a dover tenere in mano i palloni che scottano, esattamente come a Latina. E’ li che sale di livello, gestendo i possessi in maniera sapiente senza mai andare nel pallone, neanche quando si scaviglia e rischia anche lui di dover uscire. Cresce e matura partita dopo partita, confermandosi uno dei punti fermi della squadra.

Landi 7.5: Miglior marcatore di serata con 18 punti, segna i canestri nel vero momento del bisogno, con la squadra sotto in doppia cifra. Freddo anche quando Moore viene spedito negli spogliatoi, cerca spesso e bene Sims col quale si sta affinando un’intesa estremamente interessante. Partita da leader di un giocatore che mostra enormi progressi.

Sims 7: Evidentemente non al top a causa del viaggio lampo negli States che gli ha consentito di allenarsi solo nella giornata di venerdì, l’americano parte con il freno a mano tirato. Ma è uno dei grandi protagonisti della volata finale, salendo di livello piazzando canestri chirurgici e occupando l’area con grande prontezza. Doppia doppia oramai di ordinanza per uno dei giocatori più determinanti di tutta la A2.

Santiangeli 6: Più presente di altre volte in fase offensiva, c’è sempre quando l’allenatore ha bisogno di fisicità. Forse ci si aspettava qualcosa in più dal punto di vista dell’apporto al tabellino, ma fa tante piccole cose importanti in un gruppo che gira a meraviglia.

All. Bucchi 7.5: Anche questa settimana ha affrontato giornate di emergenza visto il perdurare dell’assenza di Saccaggi e la partenza di Sims per gli Stati Uniti. Anche a Tortona, come in altre trasferte, la Virtus va sotto in doppia cifra e, come sempre, rimonta e vince. C’è tanto del suo coach in questo gruppo di uomini veri, che sanno di poter contare sulla loro guida in ogni situazione. Padrone assoluto del roster, in campo i suoi giocatori sono lo specchio della sua voglia di vincere.