La notte dei desideri

È una notte come tutte le altre notti

È una notte che profuma di avventura

Ho due chiavi per la stessa porta

Per aprire al coraggio e alla paura

Vedo un turbinio di gente colorata

Che si affolla intorno a un ritmo elementare

Attraversano la terra desolata

Per raggiungere qualcosa di migliore.

 

No, la matematica non sarà mai il mio mestiere. No, non lo sarà in una di quelle sere in cui il cuore batte talmente veloce che fa girare la testa e fa tremare le mani.

C’è chi dice che è davvero difficile che una felicità si posi proprio sul destino che l’aveva invocata ma per fortuna non finisce sempre così.

E questa storia ve la possono raccontare i tifosi della Virtus Roma, che vedendo battere Legnano hanno festeggiato il ritorno della squadra in Serie A1.

La nostra notte.

Quella in cui dentro c’è tutto e che di tutti è.

La notte della Virtus Roma.

Che torna in A1, dopo quattro anni. Che lo fa nel giorno di Pasqua e del Natale di Roma: una resurrezione, una nuova nascita.

Avete mai visto “Notte prima degli esami”? Io alla fine sono d’accordo con Luca, il protagonista: “Come si fa a fare l’hit parade dell’amicizia?”.

Esistono gioie di serie A e gioie di serie B, o di A2? No, non esistono. E quanto vissuto e visto nella sera di Legnano ne è la prova.

Esiste l’agitazione, la paura e la felicità. Esistono le emozioni, quelle belle e quelle brutte, fanno parte di noi entrambe e di entrambe ci nutriamo.

La gioia è la gioia. Punto e basta.

Una giornata incastrata nel tempo, dettata e battuta dal ritmo del cuore. Vissuta da chi è in grado di sentire i battiti, regolari e non.

Calma, andiamo con calma.

Un piccolo passo indietro: Scafati. La partita con Scafati, oltre ad essere stata la vittoria che doveva essere e oltre ad essere stata una bella partita è stata il biglietto perfetto per l’ultima. Tutti hanno giocato bene, tutti hanno lasciato il campo con un sorriso ed ha permesso anche a chi non ha disputato la sua migliore stagione, di arrivarci nel modo più giusto possibile. Una sorta di “grazi”, verso il tutto ed i tutti di quest’anno.

Quanto è lontana la prima partita, quanto è lontano quel giorno al Tellene di precampionato, quanto sembra così tremendamente lontano il primo pallone con Cassino. Quanti giri d’orologio, quanti momenti che ci hanno levato il sonno, che ci hanno dato la carica per distruggere a mani nude un muro, quanto delle nostre vite è passato a ritmo di una palla la domenica.

Ma quel momento, la domenica, da quattro anni a questa parte è un po’ di più di chi ha deciso di non lasciarla sola.

Ma vi rendete conto della magia? Di come una sola serata, una sola giornata è capace in uno stesso identico momento di poter riassumere in se stessa anni, mesi, momenti, gioie e dolori?

 

Come vorrei essere nella testa di chi, anche quel giorno, quella mattina, quella sera, il giorno dopo, era ed è stato in grado di dare i soliti “buoni consigli”, di chi ha scelto moniti ed una disamina rispetto ad un’emozione, una critica rispetto all’amore, l’arroganza e l’onniscienza rispetto alla fragilità di riscoprirsi un tifoso come tanti e come tutti.

Perché il giorno della partita con Legnano non c’è stato passato, né futuro, ha contato solo quel maledetto, meraviglioso presente. Come dovrebbe, almeno oggi ed ancora per un po’, contare anche e solo oggi.

No, non vi racconterò della partita, della parità alla fine del primo tempo, del canestro di Sims o di quello di Landi, perché non ha senso. Perché a quella partita non arrivava nessuno più forte e nessuno più in forma, nessuno meno forte e nessuno meno in forma, arrivava la Virtus Roma. E con lei la gente presente, la gente che non è potuta venire, la gente dinanzi ad una tv o di fronte ad una radio.

Vi dirò che dovreste chiedere a Claudia quanto fosse agitata per il suo Aristide e delle sue lacrime e del suo abbraccio a fine partita con il suo “Gladiatore”. Perché un anno non è fatto solo di partite, è fatto di vite e fatto di storie.

E pensate un po’ a Landi quando un giorno ripenserà a questa stagione, all’anno in cui è diventato papà e dopo qualche mese ha vinto il campionato.

E pensate anche un po’ a Daniele Sandri, che torna a Roma, per la terza volta, dichiara amore eterno a quella che a tutti gli effetti ora è la sua ex fidanzata (solo perché è diventata sua moglie) ed alle loro lacrime, agli occhi al cielo di quel ragazzo mentre quelli, pieni di emozione, cercano lo sguardo di chi quest’anno è stato più di quello che le cifre hanno detto.

Pensate e chiedete a Massimo Chessa, che ha trasformato del tutto il suo modo di giocare, accettando un ruolo diverso, ed ha vinto. E pensate quando tornerà a casa ed abbraccerà la sua famiglia.

Chiedetelo a Moore, che come Landi, è diventato papà, e che chissà quante volte si è sentito sulle spalle il peso di dover essere lui quello decisivo.

Chiedetelo a Marco Santiangeli, che nelle ultime due partite è stato il migliore in campo, “Santi” ha faticato ma alla fine ha vinto. Chiedetelo a Prandin, a Bobo, talismano promozione, arrivato in corsa dopo che il progetto che aveva scelto ad inizio anno si era sbriciolato.

Chiedetelo a Sims e ditegli solo una cosa: grazie Henry, grazie gigante, grazie Django. Chiedetelo ad Andrea Saccaggi ed alla sua corsa dopo il canestro a Casale Monferrato, perché con lui abbiamo urlato tutti quella sera.

Chiedetelo a Tommaso Baldasso ed a lui chiedetelo un po’ di più, perché lo scorso anno niente sembrava andare come dovesse ed invece quest’anno ci ha regalato un giocatore trasformato, un ragazzo diverso, uno che è arrivato a Roma che aveva 18 anni, che ha trasformato le critiche in complimenti, che ha trasformato la sconfitta in vittoria.

Chiedetelo alla mamma di Amar Alibegovic ed alle sue lacrime, proprio quelle di una mamma, mentre guarda quello che forse sarà sempre il suo ragazzo, il suo “bambino” ma che nel frattempo è un armadio a quattro ante con annessa scarpiera ed ha vinto, al suo primo anno. Viso buono e sorridente che piace ai bambini e buttando l’occhio un po’ qua ed un po’ là, tante sono le maglie di Alibegovic. Chiedetelo a Lucarelli, Spizzichino ed a Matic che racconteranno di quest’anno, chiedetelo a Santolamazza, Michelutti e Lucio, al loro silenzio che è fatto di lavoro.

Chiedetelo a Piero Bucchi. Che ha scelto di rimettersi in gioco con un playout, che ci ha riportato lì dove tutti volevamo essere. Chiedetelo ai suoi figli ed alle loro lacrime perché il papà ha vinto, chiedetelo a sua moglie che ad ogni conferenza era lì ad ascoltarlo, chiedetelo alla sua camminata incredula in mezzo al campo dopo la vittoria, a quella camicia che a fine partita era finalmente un po’ disordinata.

Chiedetelo a Francesco, seduto nella prima fila del parterre. Che con le mani tra i capelli ha gli occhi fissi nel vuoto e dice che quello che è appena accaduto è un “miracolo sportivo”, che i suoi occhi, che tante e troppe ne hanno viste, racconteranno ancora, forse i migliori anni della sua vita.

Chiedetelo ad Alan e Davide, sempre lì. Chiedetelo a Naomi, chiedetele se è felice.

Chiedetelo a Fabio e Mirko, che hanno dovuto permettere ai numeri, ai loro numeri, di farsi contaminare da regole di “passi” e di arrendersi alle emozioni.

Chiedetelo a Valerio, a chi è stato giocatore ed ha scelto il compito di trovarli e poi chiamarli e consegnarli la divisa. Vedendo ogni partita dallo stesso posto.

Chiedetelo a Claudio Toti. Non al presidente, nemmeno all’ingegnere. Per questa sera state con l’uomo e con il padre che abbraccia i suoi figli. Ed è contento ed è felice.

Chiedetelo a voi stessi, ad ognuno di voi e ripensate ai gesti, a tutti, dai più importanti a quelli inutili. Chiedetelo ai vostri ricordi, alle vostre emozioni ed alle vostre delusioni.

Chiedetelo al Diablo, a Federico, ai suoi post per ogni partita, ai suoi chilometri, quelli fatti con trecento borse in mano ed una macchinetta al collo, chiedetelo a Luca (e chiedetegli se vuole ancora andare a Treviglio), a Francesco e quella foto in mezzo al campo, a Roberto ed alla sua retina, a Marco ed ai suoi pugni al cielo, a Giulia ed Anastassia, chiedetelo a chi quella sera era seduto al Mc Donald’s di Busto Arsizio, chiedetelo a quelli dell’altra curva, a quel padre che macina chilometri con il suo ragazzo, Fabio e David, chiedetelo a Gianluca ed al suo tatuaggio. Chiedetelo a tutti quelli che su un pullman o da soli sono arrivati a Legnano (e che mi perdoneranno con tutto il cuore se non ho citato, troppi che erano e che spero accettino le mie scuse con tutto il cuore).

E poi chiedetelo a chi era al Let It Beer, ai ragazzi della curva che non potevano esserci, chiedetelo a chi era al Tellene. Chiedetelo a quelli che ci sono sempre stati e che non ci sono potuti essere. Chiedetelo alla moglie ed agli amici di Pier Carlo.

Chiedetelo a Martin, che il futuro è per lui.

Chiedetelo a chi era seduto in tribuna stampa, a chi ha proiettato il suo occhio attraverso un obiettivo per immortalare e rendere immortali le emozioni e le azioni, a chi ha realizzato video, a chi un house organ e le grafiche.

E chiedete alla vostra mente ed al vostro cuore di non cancellare nessun momento di quest’anno. Di fissarli.

E se me lo doveste mai chiedere, io vi risponderò se vi ricordate Recanati.

Voglio essere felice, voglio essere sfacciatamente felice, voglio essere sfacciatamente felice perché non me ne frega niente se è solo un campionato di A2, voglio essere felice perché la mia squadra ha vinto. Perché per tutta la vita mi ricorderò del viaggio con Francesco, dell’hotel Montecarlo, di ogni singola cronaca, e che la mia squadra ce l’ha fatta, ha vinto.

Dei visi, dei volti, delle persone incontrate, di quelle ritrovate, delle gioie, delle incazzature, della rabbia, del fomento. Di tutto, voglio ricordarmi tutto questo.

E’ la nostra notte.

“Con qualcosa di speciale.

Un turbinio di gente colorata.

Ogni cosa è illuminata.

Ogni cosa è nel suo raggio in divenire”

E’ la notte dei desideri, in cui cadono stelle. E allora chiudete gli occhi.

Chiedetelo alle stelle, il vostro desiderio.

 

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